LE INTERVISTE SCOMODE DI IGNORANZA EROICA: ANDREA CARLO CAPPI

-Aspettativi l’Inaspettato-

di Luca Mazza

 

Le acque torbide del Rio Java si impantanano in un mistero di nebbie e promontori.

Rostri neri di caimani affiorano.

Piranha, nelle melme.

-Nueva Alacrán!- L’unghia sporca del barquero addita una sponda di pali decrepiti. –La sua meta, señor reporter-

Il babordo del traghetto si allinea all’attracco. Tosse di motori esausti, cigolio di legno e lamiere.

Mi alzo dai panconi sbrecciati.

L’altro passeggero, un gringo dal taglio brutale e i Rayban a specchio, mi imita e precede sul pontile.

-Quanto dinero le devo?- Saldo il mio debito con il barquero. Ha un cappello di paglia, i denti marci e l’abitudine a trattare con indios e garimpeiros. Mi fissa, lineamenti disidratati.

La sua mano mi artiglia la spalla.

seguro di quel che fa?-

Non lo seguo.

-L’hombre che cerca ha degli amigos poco raccomandabili- Qualcosa di grosso e squamoso si attorciglia nel Rio Java. Un hoazin strilla. -Quell’hombre ha visto cose … ha fatto cose … –

-Ho un appuntamento- taglio corto.

-Certo che lo tienes. Ma ne tienes uno anche con la muerte.- Il barquero risale a bordo. –Adios, señor reporter-

Guardo il traghetto svaporare nell’inferno di caligine verde.

Mosquitos mordono.

Del gringo che è sbarcato con me nessuna traccia.

Selve incombono.

Allora estraggo la mappa, stropicciata dall’umidità, e mi oriento nei tuguri di Nueva Alacrán.

Baracche, ponti e palafitte nel cuore della dittatura narcos. Il caldo opprime come una sanguisuga. Mi addentro in una forca di alberi lussureggianti, scimmie scoiattolo studiano i miei passi fino alla radura.

Il bar è grossomodo una tettoia colonizzata da viluppi di liane. Un banco, tavoli e sedie di vimini.

L’unico cliente mi scruta, obliquo. Taglio militare, profilo scabro. Camicia mimetica arrotolata su avambracci nodosi, stivali da laguna.

Amigo?

Poi lo vedo.

A suo agio, nella penombra: completo di lino bianco, immacolato dai mocassini al borsalino. Cubano tra le labbra, ornate da baffi a stiletto. Mi fa cenno di avvicinarmi, e sedere.

-Grazie del suo tempo, señor Cappi- Gli tendo la mano sudata. Non la stringe. Allora armeggio con la carpetta.  –Se permette mi sono preparato … –

Mi stoppa.

–Rosita! ¡Dos vasos!

Dal bar, una titolare di curve pericolose ancheggia alla nostra mesa. Occhi affusolati, schegge di Amazzonia. La croce d’oro al collo si adagia alla perfezione nel dirupo vertiginoso dei seni.

Ora non è l’afa a imperlarmi la fronte.

Ci versa tre dita di liquore da una bottiglia che ingabbia uno scorpione.

-Bevi. Non sarà questo, a ucciderti-

L’alcool mi afferra i polmoni. Aculei, nella gola. Il quadro si fa più chiaro, più espanso.

Lei mi sorride, file di perle in contrasto col nocciola turgido della carne.

Sono pronto per l’intervista.

 

 

-Andrea Carlo Cappi: scrittore e sceneggiatore camaleontico, nomade dell’hardboiled. La tua biografia è piena di alias, di AKA, di avatar. Questo corteo di pseudonimi serve a ingannare i mariti delle ammiratrici, o risponde a esigenze di fiction narrativa?

-Solo esigenze dell’editoria italiana. A volte mi capitava di scrivere due o tre articoli diversi sullo stesso numero di una rivista e gli pseudonimi servivano a moltiplicare virtualmente il numero dei collaboratori. E, in qualche caso, anche a evitare di essere identificato troppo presto come l’autore di pezzi scomodi. Il nome François Torrent con cui firmo tuttora la serie Agente Nightshade, è nato invece su richiesta della redazione di Segretissimo: il cognome è maiorchino, ma sembra francese e richiama alla mente i grandi autori dell’eurospy d’Oltralpe. Il fatto che sia anche il nome di uno dei personaggi lascia intendere che la verità sia un’altra.

 

-Houdini dell’improvvisazione, il tuo canone non ha etichette. La letteratura è il tuo teatro di posa, in cui ti cali con o senza paracadute, saltando da un genere all’altro, da un serial all’altro: noir, storico, action, mistery, erotico. Al giorno d’oggi un autore deve saper diversificare la propria opera, o ritieni che la specializzazione possa invece garantire all’artista una maggiore “longevità”?

-Tutto il contrario. Forse un autore typecasted che si occupa di un solo genere è più facile da etichettare e vendere da parte degli editori. Ma io mi annoierei a descrivere sempre lo stesso panorama. E, se mi annoiassi io, si annoierebbero anche i lettori. Per questo amo spostarmi da una serie all’altra e da un genere all’altro, dimodoché quando mi metto a scrivere ho voglia di tornare a uno dei vari universi di cui mi occupo o anche di crearne di nuovi.

 

-La tua prosa scabrosa, versatile, eterogenea si attaglia alla saga o al romanzo come alla novella. Se ti chiedessi di redigere un’antologia con i nomi degli autori che più hai amato e che più hanno influenzato la tua cifra e il tuo stile, quale raccolta mi proporresti?

-Sarebbe un’antologia molto costosa in termini di copyright: Dashiell Hammett, Ernest Hemingway, Raymond Chandler, Ian Fleming, Giorgio Scerbanenco, Manuel Vázquez Montalbán, Stuart M. Kaminsky, Alan D. Altieri… ma non riuscirei mai a citarli tutti. Nella struttura delle mie storie ci sono sicuramente i caper di Richard Stark, ma anche la scuola della neoaventura di Paco Ignacio Taibo II e Daniel Chavarría. Nella tecnica, Jeffery Deaver e Douglas Preston. Nel confronto quotidiano, mi ritrovo nell’analogo percorso sui generi che fa Stefano Di Marino, anche se ognuno dei due ha un approccio e un metodo personali. Ma tanto il lavoro su personaggi altrui – Martin Mystère di Alfredo Castelli o Diabolik & Eva Kant delle sorelle Giussani – quanto le mie collaborazioni a quattro mani – con Paolo Brera ne La Spia del Risorgimento o con Ermione nei nostri racconti, romanzi brevi e nel romanzo LUV – mi hanno permesso di adattarmi a stili diversi ed esplorare territori nuovi.

 

-Da Altrove a Clerville, la tua penna ha affrescato gli universi di Diabolik-Eva Kant (unico scrittore autorizzato a battere pagine dalla casa madre Astorina, tra l’altro) e quello del Buon Vecchio Zio Marty ideato da Castelli. Nelle passate interviste riporti che ti vennero recapitate minacce quasi “corleonesi” dai fan oltranzisti della serie. Quali sono le difficoltà – e gli stimoli – nel trasporre su paragrafo le tavole di un fumetto?

-In realtà lavoro su storie originali che invento appositamente per i romanzi: tanto nella saga di Diabolik & Eva, quanto in quella di Martin Mystère, ho ripreso dai fumetti in tutto solo due o tre scene che servivano come flashback per informare i lettori di eventi chiave del passato dei personaggi. Il resto è concepito sotto forma di romanzo e, quando i personaggi sono forti e al tempo stesso molto interessanti dal punto di vista psicologico, il mio lavoro è sviluppare gli aspetti già esistenti che la narrativa può esaltare rispetto alla tavola – introspezione, incertezze, scelte etiche – senza perdere la spettacolarità dell’azione rispetto alla resa visiva cui sono abituati i lettori dei fumetti. Dopo i sospetti iniziali, credo di avere convinto anche i fan più impietosi. Questa è la sfida… ed è un lavoro che non ho inventato io: mi sono da poco iscritto alla International Association of Media Tie-in Writers, che raccoglie soprattutto autori americani che, oltre a scrivere storie proprie, ne creano di originali su licenza con personaggi e universi di serie tv, cinema e fumetti. Si tratta di raccontare storie in stile personale, senza tradire i personaggi preesistenti che il lettore si aspetta di ritrovare così come li conosce. Le uniche difficoltà sono spesso di stampo editoriale: per risolverle, Bonelli ha deciso di pubblicare da sé i romanzi con i propri personaggi, a cominciare dalla mia serie su Martin Mystère.

 

-I tuoi Eroi sono sciupafemmine noir, superladri, giustizieri alla Bronson, agenti segrete dal passato torturato che si muovono in un Kverse di intrecci ed enigmi. Quale traduttore e massimo studioso italico di James Bond nessuno meglio di te ha seguito la parabola evolutiva della spy-story: il trapasso dei villain da nazisti e sovietici a terroristi religiosi e sovranazionali, il balzo tecnologico dei servizi segreti, la contaminazione con il cyber e il thriller. Oggi scrivere di spie è accattivante come allora? E quale futuro immagini per il genere?

-Cambiano i nemici, cambia la tecnologia, ma la base umana rimane sempre la stessa: raccolta di intelligence, analisi delle informazioni, elaborazione di una strategia ed eventuali azioni di conseguenza. Non è cambiato neppure un aspetto che John Le Carré sottolineava molto tempo fa in relazione a come i servizi britannici affrontarono il caso di Harold Philby: ci sono imbecilli in ogni categoria lavorativa, perché non dovrebbero essercene anche nello spionaggio? Nel mio romanzo più recente di Nigtshade, Territorio Narcos, le decisioni di un funzionario della CIA imbevuto di ideologia trumpiana si rivelano deleterie.

 

-Due serie in assoluto, della tua sterminata narrativa, hanno catturato il nostro interesse per originalità e ricercatezza: l’horror-erotico Danse Macabre e lo spy-storico Il Visconte, pubblicata come La spia del Risorgimento. Nel primo sfoggi un weird magnetico e sensuale, a metà tra Manara e Blade, nel secondo narri gli intrighi e i protagonisti delle guerre d’Indipendenza da un pov inedito. A quali fonti ti sei ispirato per questi soggetti?

Danse Macabre, di cui sto scrivendo ora il terzo e il quarto libro, che usciranno nel 2019 in volume doppio da Excalibur, nasce dal filone erotico-vampiresco degli anni ’60-’70 nei fumetti italiani e nel cinema soprattutto francese e spagnolo, ma si sviluppa in chiave più moderna, con le contaminazioni thriller e le strutture narrative che impiego anche in altri generi. Per quanto riguarda Il Visconte/La Spia del Risorgimento, il merito invece va tutto a Paolo Brera, ideato dei personaggi e profondo conoscitore dell’epoca, che mi ha arruolato per occuparmi soprattutto delle parti più spionistiche della vicenda; anche se poi mi sono allargato, influenzando anche la struttura del romanzo, che spero abbia presto o tardi il meritato proseguimento che Brera ha già in mente da anni.

-Il nostro movimento, Ignoranza Eroica, propugna lo sperimentalismo nel fantastico e l’ibridazione manesca dei generi: sotto questa luce, quale dei tuoi personaggi è il più IGNORANTE?

-Paradossalmente, il più ignorante è anche il più colto di tutti: Toni Porcell in arte Toni Black, che ha letto più libri di me. È un personaggio che fa parte del Kverse, lo stesso in cui si muovono Carlo Medina e Mercy Contreras alias Nightshade, ma al di fuori dei team-up scrivo le sue avventure in modo diverso, in prima persona, oscillando tra hardboiled e mainstream. Ne emerge un eroe così onesto e sincero da essere a volte sprovveduto e ignorante delle cose del mondo; non per niente è uno dei miei personaggi più autobiografici. L’eroe più… ibridato è invece padre Antonio Stanislwasky, agente segreto del Vaticano del futuro e ignara pedina di giochi immensamente più grandi di lui. Nelle sue avventure apparse su riviste e antologie si mescolano in maniera imprevedibile giallo, horror, fantasy, fantascienza distopica, viaggi nel tempo e anche un pizzico di space-opera.

 

-Alan D. Altieri: bardo dell’Apocalisse, padre di saghe indimenticabili quali lo Sniper e Magdeburg. Tutti noi lo abbiamo amato, pianto, emulato. Per te Sergio è stato un amico e un collaboratore. Regalaci un aneddoto sul Bigwolf.

-Una quindicina di anni fa lavoravo – anche – come consulente per una casa editrice, per la quale esaminavo testi in anteprima. Una volta ne capitò uno di quelli definiti hot, cioè ambiti da tutti a livello irrazionale perché qualche agente letterario assicura che saranno bestseller. Gli editori si massacrano a colpi di centinaia di migliaia di dollari di anticipo pur di assicurarsi un libro hot. Quello però era un thriller americano stupido, banale e prevedibile, che in Italia non avrebbe mai funzionato e nella mia scheda di lettura spiegai perché. Ma in casa editrice nessuno capiva perché fosse così hot e, non convinti, lo diedero in lettura anche ad Altieri. Il quale emise una sentenza sintetica ma inequivocabile, con il suo caratteristico accento di Los Angeles: «Questo libro è una vera merda». Credo che alla fine lo abbia comprato a caro prezzo un altro editore, che alla fine non lo pubblicò nemmeno.

 

-Trionfatore assoluto all’ultimo Premio Italia con La donna Leopardo, edito da Bonelli. Una buona ragione e una cattiva per convincerci o costringerci a leggerlo!

-La buona ragione: è un romanzo che fa rivivere il Martin Mystère degli anni Ottanta, in azione con la sua mitica arma a raggi, alle prese con una vicenda che riguarda la guerra ancestrale fra Atlantide e Mu. La cattiva ragione: inconfessabilmente, lettori, lettrici e lo stesso Martin Mystère rimangono tutti conquistati dalla co-protagonista femminile, la Donna Leopardo, che si ritrova anche nel successivo Le guerre nel buio, uscito in edicola nell’estate 2018 e ora disponibile come l’altro nel Bonelli Shop online. Non dev’essere un caso se quest’anno è tornato pesantemente di moda il look leopardato rilanciato dalla mia eroina. Anch’io, a mio modo, sono un influencer.

 

Lenti a specchio irrompono nel bar.

Il gringo dell’imbarcadero.

Rapido come una tarantola, punta il due-canne e tira. Bassa macelleria, l’aria si riempie di fumo.

Davanti a me restano cocci di vetro, una mummia di scorpione e il vuoto.

Il sicario ricarica. Ta-clak. Rayban color mercurio riflettono il mio ultimo silenzio.

Bang.

Secco. Il gringo cade. Il cliente in camicia mimetica domina il campo. Tutto troppo veloce.

-François Torrent- si presenta. Poi rialloggia il ferro e scomoda un palmare Gottschalk-Yutani.

Mercy, hai visto giusto. Ci hanno tradito.-

-Scendo a prendervi-

Fisso il cadavere del sicario. Foro pulito, nuca fronte. Servizio ad omicidio.

Disculpe, señor reportero– scandisce Torrent, occultando il telefono -Avrebbero sparato all’uomo con l’intervistatore. Ci serviva un’esca, niente di personale. Ora sappiamo chi sono-

-Ma chi?-

-I guai- Andrea Carlo Cappi si alza in piedi. Sbalordisco. Brandelli di lino annerito svelano un panciotto di kevlar. –Quando sai che non ti lasceranno mai vincere, hai un’unica scelta. Continuare a combattere-

-Night sta arrivando-

In risposta, un pororoca di eliche e rotori frantuma il cielo sopra Nueva Alacràn.

L’elicottero atterra nella radura in un fuggi fuggi di scimmie e miasmi.  Forme divine, ai comandi. Guaine di fibbie e pelli. Capelli neri e mossi come un flamenco danzato in una notte di guerra. So chi è, ma non pronuncio il suo nome.

Adios– Ora Andrea Carlo Cappi mi tende la mano, ora sono io troppo scosso per accettarla.

-Pensaci tu, Rosita-

François Torrent mi accenna un saluto militare, e insieme montano sul veicolo, che decolla e scompare nel tramonto alcolico. Quei due mi ricordano una forchetta e un coltello: uno taglia la carne, l’altro la inghiotte.

La barista mi affianca, sul margine verde della jungla. Gli occhi mi scivolano sullo scollo, e più in basso, sul machete che impugna. Abbastanza affilato da tagliare un cocco per la lunga.

-Andiamo dentro, señor reportero-.

 

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