DA QUARTO ALL’INFERNO

DA QUARTO ALL’INFERNO
-In memoria di Pilade Bronzetti –
di Luca Mazza

Primo di ottobre.

Come ogni diana, ci mettiam sotto le armi. Un pezzo di biscotto, un sorso d’acqua di pozzo.

Per tenda il cielo, il sasso per guanciale. Lo ordinò Garibaldi, sulla grande via della Patria, o noi gli obbedimmo.

Dalle mura di Monte Castello, Terra di Lavoro albeggia. L’orizzonte è una fuga di calcari bruschi, i fichidindia han ceduto alle ginestre, le valli s’addentrano nel Sannio irsuto.

Le rovine attorno urticano di lamenti e grandezze. Torricelle sulla protome d’arco del santuario.

Ho sognato una Madonna, stanotte. Era la Maria Vergine, o Cerere, o una delle Dee sannite che vivono nei marmi.

Non ho il tempo di pregarle.

C’è da fare fortezza, sudare, erigere muri a secco.

Vagabondo, il Volturno raggiorna.

 

Quanti Santi all’inferno, quel giorno! E noi sporchi, famelici, raccozzati.

Il caporale Forca ha occhi pensosi, d’un verde sprecato nel dirupo dei suoi tratti, e il naso da unno.

Fra Spangaro è monco e magro, gli stinchi ignudi come un Cristo di bassa Spagna. Ruocco par più un brigante che un bersagliere, la camicia rossa stretta al collo da tagliapietre.

Calabri, sardi, ungaresi, io di Imola come il tenente Mirri, che fece volontario quest’ombra di scricciolo.

Ci intendiamo per dialetti, apostrofi, bestemmie. Il giorno aprico ha in se una nota oscura.

Il maggiore Bronzetti misura il manipolo con sguardo lento. Il suo occhio fulmina, il profilo sciabola.

Giurò di fare l’Italia. Non trema quando la cinta grida.

Ecco il Moro, scopritore nostro: è color della cenere.

-Nemico dai Ponti!- trafela.

-Chi lo vide?

–Guacchio il bottaio, al mulino di Limatola. Taglia il Volturno al passo di un’armata!-

Qualcuno ride: fidarsi di un vinattiere?

-Digli che porti una botte, che si brinda in faccia a Cecco Beppe!-

Ma il guardar di Bronzetti già indaga casali e pendii, ai margini del vuoto, e la rima muta del fiume. Il vento mena alla rocca un balsamo di salvie e rosmarini.

Ma l’ala bassa di un corvo cova presagi di lutto.

 

-Santa Canaglia, son mille!-

-Di più, assai!-

Siam stati Mille noialtri a Milazzo, a portar libertà alle terre schiave, e come allora Bronzetti per duce, primi a sbarcare e ultimi a cadere.

E oggi trecento sui bastioni di Morrone, a mirar la campagna tutta fumo e scompiglio!

Nugoli di tinte nere sciamano dai salienti, dalle gole, dal gran ponte: par che sia il Volturno a urlarci guerra!

Alla testa della colonna vi è un trotto di dragoni. Poi cannoni e cacciatori, a tentar l’altura con bronzi e carabine.

La Morte ha zoccoli, vampe, metalli. Noi poche cartucce: quindici a vita, forse meno.

Oggi il Diavolo si stancherà di far l’appello!

Rosseggiamo sotto i muri a secco, quatti, in attesa.

Ma Bronzetti si erge su queste anime prone, come un leone che impugna un Vangelo, e –Borbone non passa-. Giudici e Selem sui versanti coi pezzi, e noi dietro a Mirri.

Silenzio, alle mura. Di quelli lasciano al tempo una leggenda. Ricordi di piraterie, fanciulle di poco rame, sogni di patria.

Nella pausa del vento, di certo v’è solo la strage.

Poi il rombo dei calibri mutila il nostro sole.

-Viva l’Italia!-

 

Il fronte è un firmamento di vampe. Guerreggiamo uno in fronte a dieci. L’aria allega come ferro limato.

Dai bastioni, l’artiglieria nostra offende la cavallata napoletana.

I pioppi tremolano nel fosco rovente, vediamo gli elmi e i tricorni a scalare la roccia, da Torone e da Balzi.

Chi difende un tempio diroccato ha dalla sua Dei antichi e moderni: e io li prego, nel patire di mezzogiorno.

Per acqua abbiamo sangue e sudore, si rimpiange quel rosso di Guincio, quell’uve fragranti di estate!

Continuano gli assalti, i gendarmi avvolgono i contrafforti.

I Tifatini rimbombano di echi. Agli obici si ribatte a schioppettate, i nostri ufficiali fan da capi e soldati.

Bronzetti non teme la scaglia, le palle fischiano attorno senza toccarlo. Renitente alla morte.

Ma quante anime avete, maggiore? Infiamma le facce ch’io veggo spaurite, facci pugnare come belve in rabbia!

È come se oggi può rimorir o vagire l’Italia.

Il Volturno, rapace, s’arrossa.

-Tradimento!-

Quale Efialte fu Bianchi? Quale resa senza avvisi dei compagni della Eberhardt?

Napoli ci spunta l’ala con acciaio violento, i dossi si macchiano di morti nell’attentare la vetta.

–Viva il Re!-, chi si oppone, -Chi è con me?- rugge Mirri.

-Te la senti?- chiede Ruocco.

-Confessaci, frate, che abbiam peccato .. poco!- abbaia Forca.

-Andrete in Paradiso, dio molosso- Fra Spangaro ricarica il trombone con manate di pietrisco –Perché il diavolo non vi vuole!-

-Te la senti?- ancora Ruocco.

Solo adesso capisco, solo ora so a che allude.

Oh sì la sento: è su di noi, la Morte!

 

Sortiamo.

Baionette italiane. Unisono di coraggi e di lame.

Siamo tutt’uno con l’urlo, il Borbone o arretra o torna sale del monte.

Schioppacci contro moschetti, acciaio contro ferraglia, fratelli contro fratelli. La battaglia è una cosa viva e bizzarra. Uno non più giovane mi si para, lo trapasso. Giace, allibito.

Le sciabole calano come zappe, Forca vien d’Ungheria ma ha un coltello da marinaio.

Palla borbonica. Sfiora me, prende Ruocco. Un batter d’essere e mi lascia. Cade come una goccia di patria sulla creta urlante.

La sentiva.

Prendo le sue pistole, ultima carica nel regio che soverchia.

Ritirata!

Esausti, nel petto. Mirri ci copre, ma dov’è il Caporale? Una seta rossa e un sogno si spengono ai piè degli agrifogli.

Nessuno canterà la sua sera.

Il santuario accoglie l’ora finale.

Anche Roma bruciò la sua ora, tra questi graniti, e i Principi grandi d’Italia.

Ma Bronzetti è più antico di essi: i suoi occhi di fiamma chiara ci riempiono di Storia.

-Tutti si deve morire- Ha il ferro nella voce –Resta da stabilire l’ora e il motivo-

Forse così parlò Leonida agli ultimi opliti, mentre il giorno annottava nelle scocche dei Medi. Non c’è più uomo, c’è solo valore, nella piazza di Castello distrutto.

I napoletani si rovesciano d’ogni cantone come api da un ramo percosso.

Un’unica coorte, noi, quadrato intrepido di rossi e ferrigni.

Morrone è un mortaio di sangue, cento battaglie in una.

Soccombe Veneziani, baionetta italiana! Dov’è il mio frate? Cede anche Giudici, un lampo e cade Mirri.

Senza più armi vi faccio scudo, mio tenente!, che è come far scudo ai propri natali. Vi ho servito da Quarto e ancor prima, dal seme di mio padre passato a fucile, dal vapore Piemonte in quel maggio di gelsomini …

Ma l’inferno non accade.

Bronzetti si aderge, tutt’uno col tuono e con la sciabola. Osteggia i gendarmi del Re, li falcia, è falciato.

-Prigioni!- è intimato, ma il maggiore non si placa. I metalli lo circondano come una selva. Uomini da soldo, che ignorano l’eroico!

E il piombo borbonico gli inghiotte il cuore.

Bronzetti si artiglia, manda un grido che sale dall’orrido di tutti i dolori. Da brace la sembiante si fa cenere.
Si accascia, nel sangue, la sua vita è sparta come fronda vile.

Maron lo fe’, disfecelo Morrone.

 

Non piango.

Ho finito le lacrime.

Solo allora mi accorgo del cencio. La strage inonda i marmi. Il maggiore non ha preteso il nostro sacrifico, soltanto il proprio.

Un bersagliere accorre, lega il drappo alla canna, s’arrampica al campanile e sventola la resa. I duosiciliani lo impallinano.

Così non vale, così è mattanza.

Altri cadono, le porte del santuario sbadigliano come i recessi dell’Ade. Allora mi butto, schivo un fendente, riprendo il bianco e lo imbandiero nel cielo dolente.

Sulle tossi, sui fumi, sui vinti cala finalmente il quartiere.

 

Primo di ottobre.

I Borboni hanno preso Castello, ma la ser a sa di libertà.

Nel cielo sgorbiato dai corvi, i nostri stanno insepolti come la gloria. Il fronte ha tenuto, come Pilade Bronzetti, nel sudario di porpora del tramonto.

La sua sconfitta è più bella di mille vittorie.

Siamo io, fra Spangaro, Mirri e gli altri con l’Eterno.

Col sangue ho dissetato l’eroe ch’entro mi dorme, e che nel maggiore la Patria ricorderà da qui a un millennio.

O forse no.

Forse dimenticherà i prodi che l’hanno polluta, come queste rovine hanno obliato il passo delle legioni e delle schiere che l’hanno calcate.

E ora sognano, come il Volturno sdegnoso, che annotta.

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