NECROSWORD – 06 – Prigioniero

NECROSWORD – 06

“Prigioniero”

di Andruccioli-Mazza

Apre gli occhi, nella speranza di essere già morto. La testa, un sisma.

L’unica immagine fissa nella mente è quella di un’avvenente forma lunare.

Ma ora è solo, tra sbarre di buio.

Leva la fronte e scorge la notte, intrappolata nel firmamento.

Non sono all’inferno. Sono in gabbia. Di nuovo.

Si drizza sulle gambe, tremolanti per la tossina, e si accorge quanto è angusta quella dannata buca.

– Chi diavolo c’è lassù?

Il rosseggiare di un falò, ne sente il crepitio. In bocca un deserto di ruggine, le labbra disidratate dalla dissenteria.

Controluce, una figura indistinguibile. Non risponde alle imprecazioni, ne alle suppliche.

Ombre emorragiche, sui margini del falò. Una scala di corda è srotolata nella fossa. Fungo vi si getta come un naufrago su un fasciame.

Le membra macilente arrancano, piolo su piolo. Solo l’istinto di libertà ne sprona la risalita. Fungo riemerge nella giungla nera. Due selvaggi lo osservano, nerboruti e diffidenti. Delle curve da sogno intraviste al chiaro di luna, purtroppo, nemmeno la parvenza.

– Parlate la mia lingua, hermanos?

Gli indigeni si guardano, la pelle scura e lustra riflette le vampe di un focherello da campo, poi lo inquadrano nella mira di una lunga cerbottana d’ebano.

– Io essere Fungo – Accompagna le parole a gesti incomprensibili, per gli indio.

I due sbigottiscono. Confabulano, in qualche primitivo idioma. Pare che bisticcino. L’indole galeotta di Fungo per un attimo lo istiga a scappare. Ma è troppo debole, e i dardi piumati lo rispedirebbero nel buio in meno di un amen.

– Sentite: io sono un morto di fame. Fatemi tornare dai miei compadres, e vi prometto che spenderò per voi una buona palabra…-

Ad ogni scempiaggine che dice, i due sembrano sempre più incantati. Allora la tensione lo induce in logorrea. Attacca a straparlare delle flotte della Regina, della diarrea e del fatto che ha più sete di un cammello.

I due uomini, quasi solennemente, si fanno da parte. Alle loro spalle Fungo distingue un sentiero, battuto nel ventre della madreselva. Si stupisce, a sua volta.

Forse è una trappola. Forse vogliano mangiarmi.

Le leggende di Narbonia alludono a cannibali, stregoni collezionisti di vertebre e teschi. Orchi per spaventare i bambini, certo. Ma viverle, nel cuore notturno di un’isola ignota …

La via è oscura, l’intrico gorgoglia e grugnisce. Un’innata perizia ala le caviglie dei due carcerieri.

Fungo ha in mente le battute di Zecca e Scabbia prima di andare a cacare, e l’immagine indelebile dell’ultima visione.

Un fantasma biondo. Devo averla sognato.

Perso nei pensieri, Fungo si ritrova al centro di una radura improvvisa. Qui, davanti a suoi occhi increduli, la Maestosità.

Una città di torri e templi e pietre color indaco, arabescata dai rampicanti. Gli indio fanno segno di seguirli attraverso un portale ellittico, che dà adito a una strada. Le fiaccole ai margini illuminano ombre fugaci.

Sfilano case dal bizzarro slancio piramidale. Occhi vispi balenano dalle fessure che, per Fungo, sono tante finestrelle aperte sul mistero.

Silenzio, sulla città di pietra.

Qualcosa non convince Fungo. Le geometrie, le dimensioni, sono sbagliate.

Le pitture sui templi sono sbiadite, incomplete come un corpo privo di gambe e braccia. Bestiari illogici, pantheon di maschere mostruose. Fungo non è studiato, non è abituato a porsi domande. Talvolta, l’ignoranza è un tesoro inestimabile.

In fondo alla strada di ombre si apre alla sua vista una ziggurat immensa, intagliata in un minerale dalle iridescenze camaleontiche. L’incedere di tamburi invisibili all’interno rende il quarzo pulsante.

Gli accompagnatori lo invitano a salire. I gradoni paiono progettati per passi non umani: sia Fungo che gli indio devono arrampicarsi con le mani per arrivare all’apertura, posta a mezza altezza.

– Dovreste progettare una scala- ansima Fungo.

Si limitano a fissarlo con la solita curiosità.

Un arco di torce, infisse in sinistre basi d’osso, fa da guida ai penetrali della ziggurat. I selvaggi non entrano, ma la loro volontà è inequivocabile.

Devo scendere da solo.

Un piede dopo l’altro, Fungo ingoia la paura a bocconi. Buono da niente ma pronto a tutto, si aspetta qualsiasi cosa là sotto. Anche peggiore della morte.

Quello che trova, invece, è il vessillo bianco e rosso di Narbonia. Ingiallito dal tempo, campeggia in fondo alla navata, adagiato su altare di roccia nero come il monolito.

– Che mi pigli un cancro se c’azzecca qualcosa – borbotta, grattandosi la barba pidocchiosa nel mistero della piramide. Poi, un accento musicale lo fa trasalire.

– Forse, posso aiutarti a capire.


Immagine di RhysGriffiths

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