NECROSWORD – 03 – Selvaggi

NECROSWORD – 03

“Selvaggi”

di Andruccioli-Mazza

I fuochi dell’accampamento, chimere al margine dei tropici, asciugano l’umidità e istigano le mosquito.

Al centro, la tenda del Predicatore.

Nera, silenziosa di preghiere e presagi. Un incensiere purifica la malaria. Tutti ne stanno debitamente alla larga, tranne i suoi bravi. Poche parole, lineamenti da capestro, armati di ferro e violenza.

Il Capitano Espiante tiene consiglio con gli altri ufficiali, all’aperto. Non parlano, confabulano: il Corvo ha occhi e ali ovunque.

Al di fuori del recinto di fiamme e sussurri, l’oscurità dell’isola e il bruire sommesso della madreselva.

«Me la faccio sotto, Zecca.»

«Vuoi il permesso della Regina, o pensi di cavartela da solo?»

«Mica fai ridere.»

«Cos’è, Fungo, c’hai strizza? Va’ dove l’ha fatta Scabbia, dietro ai rovi: basta che segui il profumo!»

Nomignoli da angiporti, di orfani, di forzati: morale incrollabile di chi ha affrontato le vele dei corsari e gli urti delle tempeste.

Scabbia annuisce, muto come il giorno della sua nascita.

« Addio, allora. Se non torno per l’alba, venite a cercarmi.»

«Piantala Fungo, sei a una scoreggia da noi: che cazzo potrà mai capitarti?»

«Quest’isola maledetta mi mette i brividi. C’è un’afa che strozza. E le tenebre, non so, sembrano più scure, profonde.»

«Anche il ventre di tua sorella, però non mi sono mai lamentato. E manco lei.»

«Al diablo

Stizzito, Fungo si avventura tra le mangrovie, scioglie le brache, si accuccia. Il campo, alle sue spalle, si anima del suono di un violino. I canti sono tollerati dal Predicatore, ma non le rime triviali, per le quali schiocca la frusta.

Fungo libera la prima salva di dissenteria. L’aria si irrancidisce. Fungo riprende fiato e si prepara al secondo arrembaggio, poi la vede.

I raggi d’ottone della luna rischiarano grazie impreviste. Una visione! E di genere femminile … Su questo Fungo non ha mai preso fischi per fiaschi, tranne quella notte a Port Trave: ma lì aveva il cervello inzuppato nel grog, e il ragazzo del molo si era appena rasato con l’acqua salata.

Fungo strizza le palpebre, il miraggio non evapora. Il colorito nocciola dei selvaggi, le iridi gocce di ambra lunare, come riportato dalle Cronache …

Ma i capelli sono biondi?

La visione si incanta, a pochi passi da lui: le pelli succinte fasciano una mistica di seni prosperosi e genitali in ombra.

Gli occhi di Fungo si imbattono in quelli della selvaggia. Allora non ce la fa più a trattenere il fiato e l’ultima scarica di merda.

Il marinaio sente il caldo mefitico imbrattargli i piedi, e l’imbarazzo si trasforma in puntura. La stessa di uno scorpione, ma più rapida, alla radice del cranio. Fungo si strappa il dardo dalla nuca, ne ammira l’impennaggio esotico, senza capire.

Poi gli muore dalle dita.

Il veleno si propaga, rapido come una maldicenza, ai muscoli della faccia. A Fungo sfugge uno strillo afono, attutito dai crampi.

Allora la tenebra si fa davvero più scura, un vortice che termina negli smeraldi cannibali della selvaggia.

 

«Dunque volete dirmi che si è addentrato nel bosco, ed è svanito!»

Scabbia annuisce, Zecca vocia per entrambi.

«Sì, messer Calligaro. Abbiamo trovato la pozza di … insomma, non la teneva più …»

«Risparmiami i dettagli, spurgo di sentina!»

«Signorsì» A mo’ di scusa, lo spurgo porge all’ufficiale un piccolo oggetto affusolato, avvolto in una foglia. «Vicino alla cacata, Scabbia ha raccolto questa»

Riluttante, Calligaro lo esamina. Il dardo, intagliato da mani enigmatiche, è imbevuto in qualche resina dall’odore rivoltante.

«Non è merda» lo assicura Zecca.

«Fin qui ci arrivo.» Calligaro intasca il reperto. «Lo mostrerò all’apotecario, magari ha idea di che accidenti sia. Per quanto riguarda il vostro amico, domattina organizzeremo una squadra di soccorso. Adesso credo che nemmeno il Corvo voglia addentrarsi là dentro»

I due marinai si scambiano facce che grondano apprensione.

«Non ci son tracce di lotta, un uomo non può sparire così capperiddio!» Zecca si spulcia la zazzera. «Credete che lo abbiano rapito i selvaggi?»

L’ufficiale della Marchesa ammaina lo sguardo, perplesso: «Non so. Ma la storia dei sogni, del monolite e tutto il resto mi portano a pensare al peggio.»

Mentre Calligaro e i suoi dubbi se ne tornano alla tenda, Zecca e Scabbia restano ad ascoltare il ringhio della selva, evitando di pensare alle forme di questo peggio.


Immagine di Callergi

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