NECROSWORD – 01 – Lo sbarco

NECROSWORD – 01

“Lo sbarco”

di Andruccioli-Mazza

La spiaggia è un paradiso accecante di detriti. La bandiera penzola a mezz’asta: oltraggiata, deturpata.

Tra le vele tese della Marchesa, ammiraglia della Marina di Sua Maestà, l’alba incendia l’orizzonte in un rogo di cattivi presagi.

Sfidando il sole, la sagoma di Espiante emerge dalle viscere di coperta. I passi del capitano sono rintocchi di un pendolo.

Il primo ufficiale Calligaro non può vederlo, in controluce, ma ne avverte la presenza.

Attende.

«Che notte infernale! Il cuoco deve aver messo i vermi nel rancio. Avete udito le grida dell’equipaggio?»

Calligaro annuisce. Sa che molti dei marinai hanno lamentato degli incubi atroci. Un paio di loro sono caduti fuori bordo, così almeno si vocifera. In realtà, tutti sanno che sono stati gettati.

Il Capitano scuote la testa, quasi a scacciare un tarlo dalle tempie, e riprende: «Com’è la situazione?»

Calligaro ingoia paura e saliva: «Non buona. Le altre navi hanno avvistato il primo accampamento, ma sembra disabitato. Da troppo tempo.»

Espiante ha già accostato il cannocchiale all’occhio sinistro, quello sano. Profilo severo, mascella scolpita nel marmo del Sud.

Un altro grido, da sottocoperta. Seguono bestemmie, sporche di sonno.

«Potrebbero essere un insediamento di vecchi coloni. O magari degli indigeni: i primi esploratori scrissero di loro, negli Annali. E poi, la storia del Morbo…»

«Tutte supposizioni, Calligaro. Ipotesi prive di fondamento. Navigheremo sotto costa. Voi fate preparare una lancia, e trovatemi cinque marinai in gamba. Prima della terza voglio che il vessillo di Narbonia sventoli nuovamente sull’accampamento.»

Calligaro esitò: «Ci portiamo dietro il Predicatore?»

«No.» Espiante si lisciò i mustacchi da veterano. «Lasciamo quel menagramo a vedersela coi suoi incubi: noi abbiamo già abbastanza problemi.»

Due marinai rimangono a proteggere la lancia, puntellati ai loro archibugi.

Il capitano Espiante precede il drappello. Marziale, spavaldo. Dalla striscia di mangrovie che si profila sulla spiaggia filtrano suoni carnivori, ovattati dalla cappa soffocante. Il sole arroventa già morioni e corsaletti. Calligaro non riesce a staccare la mano dalla sciabola al suo fianco. L’acciaio, si sa, è il miglior talismano contro la paura.

Come mostrato dal largo, la colonia costiera si rivela deserta.

«Signore, sembra abbandonata da mesi interi, equinozi forse! Non c’è traccia di attività recente.»

Espiante mugugna assenso, il primo ufficiale sospende per un attimo il respiro e poi esterna quello che tutti hanno in testa: «Sono sbarcati quaggiù .. quando, dieci anni fa, Signore? Non è possibile che la colonia sia già ridotta in questo stato, ci sarebbero voluti secoli

Espiante alza il braccio e la piccola spedizione si arresta. Si volta, espressione di ghiaccio nell’afa odiosa dell’isola. Il gracchiare lontano dei fenicotteri e le onde dell’oceano non riescono a colmare il terribile silenzio del suo sguardo.

«Lo so, messer Calligaro. So degli incubi che hanno turbato le notti dell’equipaggio. So che qualche sortilegio grava su questo scoglio maledetto. E lo sa anche il Predicatore, accidenti a lui! Ma la guerra è finita, e per gli Spiriti Sacri questa terra è la nostra sola speranza di ripresa! Per noi, per sua Maestà, per la Nobile Patria.»

Un sergente richiama con un fischio l’attenzione degli ufficiali.

Espiante, imitato da Calligaro, osserva il prolungamento tremante delle dita del militare. Una grossa pietra di corallo, al centro dell’accampamento. Una scritta, nera come catrame, sul fianco eroso del monolite.

NEC ROS WORD

Il primo ufficiale fissa il capitano, incerto. Poi rompe il silenzio: «Che cosa significa?»

Espiante indurisce il mento, si avvicina al sasso. Ricalca le cifre della scritta, come a voler assorbire una lontana verità che non riesce a cogliere.

«Non lo so, messer Calligaro. Ma ho idea che lo scopriremo presto.» Espiante ritrae la mano dall’enigma di lettere, e la serra in un pugno d’acciaio. «Date alla flotta l’ordine di sbarcare sull’isola: è tempo di riprendersi ciò che è nostro.»


Immagine di Ninjatic

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