IL DIFENSORE DELLA BRECCIA

Art from Eternal Warrior #1 – Credit: Valiant Comics

Non devi usare il Vomere. La voce gracchiante della strega rimbombava nella testa di Astorre, facendo da seconda voce alle urla del povero Cristo che si vide la testa fracassata da una pietra.

Astorre avvistò altri banditi risalire la collina verso la breccia nella palizzata che stava difendendo. Fissò lo spadone spezzato che aveva gettato per terra.

Non devi usare il Vomere. Una goccia di sudore imperlò la fronte di Astorre mentre accarezzava il fodero del coltello, fatto di pelle di qualcosa su cui non aveva voluto indagare.

Oh al diavolo! Astorre slacciò il fodero e sguainò un coltellaccio sgraziato lungo un braccio. Fissò le scalfitture della vecchia lama e l’inquietante incisione di un’orribile bestia dagli occhi di rubino.

Preso in quello sguardo, Astorre si dimenticò degli aggressori. Schivò un fendente e tagliò la gola al grasso guerriero che aveva davanti per poi balzare sull’altro e piantargli la lama in un occhio. Come un demone danzante scartava e piroettava lasciando al suo passaggio fontane di sangue dove prima vi erano gole e giugulari.

Era veloce. Era letale.

Perché non devo usare questo coltello che ti ho vinto, strega? È maledetto?

Oh no, anzi, ti renderà invincibile.

Astorre tolse la lama dalla bocca di un brigante e lanciò il coltello verso un altro che gli correva incontro. Riprese subito l’arma da terra per piantarla nelle palle di un altro malcapitato.

Astorre sentiva il petto compresso e il rantolo del suo respiro, i lacci dell’armatura iniziarono a segargli il corpo.

Fluì un pensiero, come non fosse il proprio.

Togli la fottuta armatura.

Ma che cazzo sto pensando? Togliere l’armatura in mezzo alla battaglia?

Come se qualcuno avesse ascoltato, la corazza si frantumò lasciando Astorre seminudo mentre infilzava lo stomaco di un bandito che invano si ricacciava le budella in pancia.

E quindi, vecchia?

Il Vomere è una lama che dà molto, come ti ho detto, ma…

Astorre ormai non schivava più, i briganti lo colpivano e le spade a malapena lo intaccavano.

Balzò su un brigante caduto e continuò a macellarlo.

Sentiva il tepore del sangue caldo sul petto. Gli schizzi sugli occhi dipinsero di rosso il mondo del difensore della breccia.

… il Vomere si nutre, Astorre. Do ut des.

Ormai i ricordi dell’incontro con la strega erano luce nell’oscurità totale. La stanza ordinata della ragione era stata messa a soqquadro. Pensieri e ricordi esondavano in un flusso continuo.

Astorre stava cavando gli occhi all’ennesimo predone quando vide a pochi metri se stesso bambino che giocava con una spada di legno.

Il canto della madre di Astorre che lavava i panni accompagnò il sangue vomitato dagli arti mozzati dei derelitti che capitarono sotto quella sua lamaccia sdentata.

Il guerriero vide i propri ricordi risucchiati via e solo l’odore acre di vomito e piscio restò sul campo assieme ai cadaveri.

Chi erano quelli? M… mamma? Ho una madre?

… cos’è una madre?

All’improvviso un uomo fece capolino dalla nebbia fischiettando. Portava un bambino sulle spalle. Suo padre.

Astorre non fece in tempo ad andare da lui che il fantasma venne attraversato da un nuovo manipolo di banditi che risalirono la collina.

<<Aaaaaaaaaaah!!>> Astorre si lanciò, il pugnale preso a due mani sopra la testa. Fiori rossi sbocciarono dove prima c’erano occhi e gole.

A ogni fendente l’uomo fischiettante col bambino si rattrappì fino a scomparire.

E così si ripeté con un caleidoscopio di immagini che nascevano e morivano in mezzo alla ressa dei nemici, che invece morivano soltanto.

Suo nonno che intagliava il legno, poi una famiglia vestita stranamente con tutti i loro averi su un carro, forse venuta in quelle lande per una nuova vita.

E ancora e ancora fino a risalire a strani uomini vestiti di pelli e con lance primitive. Uno di loro lo fissava come stesse guardando il proprio figlioletto, come stesse guardando il futuro.

Tutto venne risucchiato, tutto divenne ormai arido.

Astorre rimase di nuovo al centro di un tappeto di cadaveri, poi si girò verso la foresta e la vide.

La strega recitava tra gli alberi una filastrocca, dondolandosi.

Come il vomere rivolta la terra

E ribalta ciò che c’è sotto.

La lama tira fuori tutto ciò che è nascosto.

Perché sotto i ricordi e i modi civili c’è un posto.

Un posto sigillato che mai si esplora.

Un posto sigillato che di bestialità odora.

Perché la nostra genia molto evoluta si è

Ma sotto è solo una bestia feroce tutto quello che c’è

La strega saltellò verso Astorre e gli mise uno specchio davanti.

Il guerriero vide riflesso uno mostruosa scimmia dalle grandi zanne giallastre.

Urlò e si batté i pugni sul petto, prima di lanciare via il coltello e correre nella foresta.

La strega raccolse la lama e fissò il raffinato gentiluomo dagli occhi di rubino che vi era inciso.

di Mirko Sgarbossa

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