DUECENTOSESSANTOTTO. La Testuggine e il Cowboy

di Federico Guerri
dai racconti di Bucinella
Inamovibile, la Testuggine difende la porta in metallo del Tetragramma da più di trent’anni. Il Sogno Guardiano ha la forma di creatura secolare dal guscio gigantesco. Il carapace è graffiato, bruciato, corroso e incrinato in più punti. Da principio, mostri e creature lo attaccavano ogni notte. Adesso, i tentativi di passare sono rari. Gli incubi che hanno preso possesso del complesso sotterraneo hanno capito che, finché ci sarà la sentinella, non potranno uscire. Le luci al neon s’accendono e spengono a ritmo irregolare; sfrigolano, folgorano, si fulminano. Nel buio, cose mangiano altre cose per poi riprodursi e divorarsi a vicenda. L’odore di limone, insostenibile, brucia le narici.
Dall’altra parte della porta, dieci metri sotto il Parco Centrale di Bucinella, lo Straniero di nome Pietro Musella, cappotto elegante e capelli imbrillantinati, abbassa la maniglia e spinge. L’anta s’accosta e sbatte sul guscio della Testuggine che, istinto innato, si difende facendo rientrare coda e testa canuta. Musella insiste dando colpi sonori. L’eco scivola nei corridoi e nei laboratori, crescendo e moltiplicandosi. Le cose nel buio (nella luce e poi nel buio di nuovo) lo sentono e strisciano silenziose verso l’uscita.
“Basta” dice la Testuggine, con voce cavernosa.
Lo Straniero si ferma. “Chi sei?” chiede.
“Un Guardiano” risponde la creatura.
“Qual è il tuo nome?” chiede lo Straniero.
“Porto il nome di chi, tanto tempo fa, mi ha sognato” risponde la Testuggine. “Il mio nome è Arno Nagai”.
Lo Straniero conosce quel nome: Nagai è il bandolo della matassa, ha progettato e abitato d’incubi il complesso sotterraneo, è il Padre di tutti i mostri, l’uomo che suo nonno gli ha ordinato di uccidere. La Fonte.
“Fammi entrare” dice lo Straniero.
“Non posso” risponde la Testuggine-Sogno. “Qua dentro è pieno di mostri”.
“I mostri non mi spaventano” risponde lo Straniero. “Sono uno di loro. A forza di ucciderne, lo diventi per forza”.
“Non per forza. Puoi sempre scegliere di voltare le spalle a andartene”.
“Troppo tardi”.
Lo Straniero spinge sulla porta, che non si muove. Le creature, nel buio, emettono i loro versi e aspettano la sua mossa.
“Le senti? Ti aspettano per ucciderti” dice la Testuggine.
“Possono fare la fila quanto vogliono. Alla fine troveranno un proiettile ad attenderle”.
“Parli sempre così?”
“Così come?”
“Come il brutto sogno di un film d’azione”.
“Mi regala determinazione. Adesso: fammi entrare”.
La Testuggine ci pensa un po’. Poi, si trascina sulle zampe in avanti lasciando che lo spiraglio aperto da Pietro Musella si possa allargare. Lo Straniero è costretto a infilarcisi di profilo. Il primo a entrare è il braccio con la pistola. Alcune delle creature nell’ombra cominciano a salivare come di fronte a un piatto succulento. Non si nutrono da troppo tempo.
“Tu?” dice lo Straniero fissando l’enorme Testuggine. Non c’è stupore nella sua voce. Dopo un inverno a Bucinella niente lo sorprende più. Ha visto cadaveri rialzarsi inseguendo i propri sogni e ne ha pure ucciso qualcuno, ha inseguito creature aliene tra gli alberi, messo fine al canto di orrende sirene. Non c’è niente che non si possa rimandare all’inferno da cui è venuto, con un po’ di buona mira.
“Io” dice Nagai. Il volto del vecchio ha grandi occhi umidi sormontati da ciglia bianche e pelose. Il collo rugoso entra nel carapace. E’ una creatura indifesa ma non per questo meno disgustosa. Non è esitazione quella che impedisce allo Straniero di regalargli subito la pace, è soltanto l’annuncio di problemi più pressanti.
Un movimento nel buio innesca un riflesso condizionato. Due ombre si muovono.
(chele che scattano, l’accenno di un tentacolo cliché che potrebbe pure essere uno pseudopodo o una frusta fatta d’intestino, una palpebra d’acciaio che si chiude come uno sportello a difendere un cuore immondo che batte e batte ipnotico)
Musella esplode tre colpi. I lampi di luce sono così veloci da illuminare le creature mentre cadono morte. Le luci al neon sembrano impazzire. Il resto del branco si spaventa e si ritira nell’ombra. Gli incubi, si sa, provano una naturale avversione per la luce, anche se è quella della piccola fiamma che appare e scompare dalla bocca di una pistola.
“Ora è il tuo turno” dice lo Straniero puntando la pistola alla testa di Nagai. “Non si fanno eccezioni”.
“Capisco” dice la Testuggine mostrando il capo canuto. “Devo confessarti che un po’ aspettavo questo momento” e chiude gli occhi per accogliere il piombo che acquieta i pensieri.
E’ allora che la testa dello Straniero sembra scoppiare. Le sinapsi vanno a fuoco in coro di esplosioni che sembra dire: “Benvenuto”. Ogni altro suono scompare se non quello della sparatoria. Il tempo nel cranio di Pietro Musella viene segnato da un metronomo fatto di spari regolari.
(Bang! Bang! BANG!)
Una goccia di sangue scivola fuori dall’orecchio destro.
“No” dice Pietro. “Non lui”.
“Mi dispiace” risponde la Testuggine. “Non è possibile scendere qua sotto senza che l’Eon ti impregni. Quando l’abbiamo cominciato a studiare non abbiamo mai considerato che una forma d’energia del genere potesse essere cosciente. Chi c’è?”
(Bang! Bang! BANG!)
“Cosa?” urla Musella.
“Chi hai evocato, straniero? Chi è il tuo incubo?”
“Il Cowboy” risponde Musella. “L’Uomo con la Pistola”.
Sul fondo del corridoio del Tetragramma, appare una sagoma. Sembra indossare un cappello a larghe falde ma, quando la luce lo mostra, ci si rende conto che non è che un’estensione orrenda di una faccia senza volto. Il cappello del cowboy è carne, come la testa di uno squalo martello con occhietti guizzanti sui lati. La figura
(buio e poi luce e poi buio di nuovo)
è nuda e la sua pelle è cuoio e imita gli abiti del protagonista di un vecchio fumetto western. Carne e abiti sono fusi assieme come quelli della vittima di un incendio. La cosa più tremenda sono le mani. Alla fine dei polsi, il Cowboy ha mani fatte di materia cerebrale. Il palmo è un cervello schiacciato, carne macinata, scintillante di Eon. Le dita sono anse cerebrali disciolte. L’indice termina nella canna di una pistola organica.
Pietro Musella sogna il Cowboy da molto tempo. E’ un sogno di bambino, il cui indice puntato è capace di sputare proiettili alla velocità del pensiero stesso. Proiettili capaci di prendere strane traiettorie e colpire al cuore, sempre. E’ il pistolero che non si può battere perché pensa sparando e non si può andare più veloce di un’idea.
“Muovi” dice il Cowboy.
Musella ha ancora la pistola puntata alla testa di Arno Nagai.
“Muovi”.
“Non farlo” sussurra la Testuggine. “Conosci le regole del gioco perché le hai fatte tu. Può spararti solo quando ti muovi. Può ucciderti solo se gliene dai l’occasione. E’ sempre così, con gli incubi”.
Lo Straniero resta immobile. Solo i pensieri corrono. Come si batte una creatura del genere?
“Muovi!” sentenzia il Cowboy e una pallottola colpisce il carapace di Arno Nagai. Subito dopo, lo Straniero vede il Cowboy alzare la mano e sparare. E’ più veloce di se stesso. Come Lucky Luke in quella vecchia vignetta in cui batte il suo specchio.
La pistola trema leggermente nella mano destra di Musella.
“Non so come aiutarti” dice la Testuggine.
Musella pensa, pensa e pensa.
Poi.
“Muovi!!!” urla il Pistolero. Due lampi rimbalzano sulla porta del Tetragramma.
Allora, Pietro Musella detto lo Straniero alza la mano sinistra come per arrendersi, si blocca a metà del movimento, punta il dito e pronuncia una sola parola.
“BANG”.
Il Cowboy si porta le mani al cuore. Una bocca di bambino gli si disegna sulla testa di squalo martello e sorride tra i denti di latte sputando sangue color mercurio.
“Me l’hai fatta” dice. “La prossima volta, però, lo faccio io l’Indiano” e cade a terra, scomparendo.
I muscoli tesi dello Straniero si rilassano. Gli viene da piangere. Si passa il braccio sul volto.
“Tornerò per te” dice alla Testuggine e avanza nel corridoio. I mostri si inchinano al suo passaggio. Gli Incubi hanno capito chi comanda.
Alla fine del corridoio c’è una stanza piena di letti dalle lenzuola ammuffite, macchiate dall’umidità, strappate da denti e artigli. Accanto a ogni letto c’è un macchinario antiquato con cui vecchi illusi speravano di misurare il sonno e controllarlo. Al posto di uno dei letti c’è un grande sarcofago nero, in ghisa. Se ne sta là, completamente diverso dagli altri giacigli eppure, in qualche modo, al suo posto naturale. Il sarcofogo è intagliato con centinaia di falene.
Nel frattempo, al Cimitero di Bucinella, Penfilo Porretta non riesce a finire il suo cruciverba. Non ricorda mai se la capitale della Romania sia Bucarest e Budapest.
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *