Caccia nella città perduta

Maschiacce: oltre i confini del tempo 

di Laura Silvestri (aka R’Aula delle Selve)

Capitolo I

 

Rovine di Vecchia Montalis, anno 2251 (secondo i Figli di Orglan)

 

«Plotone Virago, all’inseguimento!» La voce della Comandante si levò stentorea oltre le grida dei feriti e il sibilare degli spari. «Il resto della compagnia con me! Ce ne sono altri quattro. Avanti, Amazzoni!»

Il gruppo esplose in un sissignora che fece tremare le fronde delle felci, mentre la terra sussultava sotto il marciare d’un centinaio di stivali da guerra.

Le due soldatesse rimaste indietro lasciarono correre lo sguardo sulla radura, per poi scambiarsi un’occhiata allarmata: del loro Plotone non restava molto. Lola era a terra, impegnata a sfilarsi un laccio fangoso dagli anfibi per annodarselo attorno alla gamba che sanguinava senza sosta. In quelle condizioni, non avrebbe inseguito neanche un moccioso sul cavallo a dondolo. Flora aveva lo sguardo vitreo di chi era ormai persa al mondo, incosciente e sbavante dopo il peggiore attacco del nemico. Gli occhi di Dora invece erano chiusi, l’espressione sul viso olivastro cristallizzata in una pace benvenuta. Non restavano che loro due: troppo poco, per un tisp come quello che aveva appena decimato il gruppo.

«Forza, bellezza.» Eva tese una mano alla compagna d’armi, mezza impantanata in una pozza melmosa. «Hai sentito la Comandante.»

L’altra l’afferrò con la propria e si tirò in piedi, scuotendo la testa per scostare le trecce colorate dalla faccia. «Nessun riposo per i dannati, no?»

«Giù per la tana del Bianconiglio”, la prima cercò di scherzare. «Maldonado ha detto giusto: dobbiamo stanare lo stronzo, prima che salga sul diretto per il paese dei cazziamari

Diana sogghignò, sistemando la presa sul fucile. Sputò a terra, fece un cenno alla compagna e ricominciò a correre. Eva ebbe giusto il tempo di controllare la carica del semiautomatico, issarlo in spalla e inseguire l’altra nel folto della foresta.

Tra le liane e gli alti alberi carbonizzati dai colpi di laser, la sagoma sferica della nave tisp rifletteva i raggi del sole calante. «Sembra una di bolla di sapone», Eva aveva sussurrato la prima volta che ne aveva vista una, dieci anni prima. Era stata solo una matricola, allora. Wanda Maldonado le aveva dato uno scappellotto dietro la testa. «Pensa a portare a casa la pelle, ragazzina, non a comporre poesie», l’aveva rimbrottata. Maldonado era un buon Comandante: il fatto che fosse ancora viva e a capo della Compagnia ne era la prova. Ma ora le aveva lasciate indietro, e tutto ciò che Eva poteva fare era inseguire la compagna d’armi che le restava, scattando per recuperare il terreno perso. Felci piegate, terra smossa e pozze d’acqua imputridita: i segni del passaggio del tentacolato erano proprio davanti a loro.

Diana salì sulla carcassa d’una vecchia vettura, con la carrozzeria arrugginita ormai fagocitata da una veste di edera rossa. «È già dentro, il bastardo», valutò, chiudendo la frase con un’imprecazione. Eva s’affrettò a seguirla, arrampicandosi sul cofano abbozzato. Aveva ragione: l’uovo liscio e rosseggiante mostrava l’apertura centrale spalancata, una bocca nera in mezzo a metri e metri di superficie omogenea. Non era molto grande, una nave buona per portare forse una dozzina di tentacolati, ma non c’era comunque da aspettare: a fissare quel foro che si richiudeva poco a poco, ruotando su se stesso in un lento contorcersi organico, si rischiava solo di perdere il coraggio. «Avanti, sorella!», Eva si sforzò di suonare incoraggiante. «Quell’infame non si ammazzerà da solo».

Le due saltarono giù, atterrando su un tappeto di erbacce che si faceva spazio fra i rimasugli di spesse lastre d’asfalto, scomposte e spezzate, tracciate di segnaletica ormai sbiadita. In mezzo ai ruderi dei palazzi, alle schegge di vetri infranti levigate dal tempo, le soldatesse avanzavano a passo di carica. Non c’era tempo per la prudenza: mentre le loro compagne inseguivano i tentacoli diretti alla nave madre, a loro toccava quel maledetto tau, rapido e letale.

«Quel buco di culo si sta per chiudere!» Diana l’avvertì.

«Ci penso io».

Non mancavano che poche spanne al totale serrarsi del diaframma d’ingresso, ma nella sua vita Eva aveva imparato come ci fossero pochi problemi che non potessero essere risolti da un buon colpo di fucile. Si fermò, le gambe nude rigate di sangue che flettevano a cercare un appoggio stabile, calò il visore sull’occhio migliore e alzò il semiautomatico. Fece fuoco, spazzando in ogni direzione per disintegrare quante più camere del servomeccanismo le riuscisse. I raggi verdi si rifransero lungo le opalescenze della superficie ovale, sfavillarono e si rovesciarono liberi verso il cielo, scalzando il rosseggiare del tramonto.  Altro che bastioni d’Orione, Eva gongolò, la bocca che si torceva in un sorriso feroce.

La compagna la gratificò d’un bel lavoro, sorella, che le riuscì a malapena d’intendere: oltre il crinale, le altre Amazzoni ancora sparavano, gridavano, intonavano i loro inni di battaglia.

Ripresero a correre, la faccia nascosta nella manica mentre si gettavano nelle polveri che salivano dalla navicella. Diana la precedeva col grosso mitragliatore spianato, imbracciato con noncuranza da una delle mani nerborute. Arrivate all’uovo, Eva la vide trattenere il respiro, unire i piedi e darsi lo slancio verso l’alto. Sentì il suo grugnito di dolore quando le dita si serrarono attorno al bordo incandescente del diaframma, ma un attimo dopo gli stivali da guerra stavano già risalendo la superficie curva. Ancora un istante, e Diana svanì nel nero d’inchiostro.

Dentro una.

Non le restava che imitarla. Si preparò al dolore, strinse la mascella e saltò. Non si diede modo di pensare alla sofferenza: non era certo la prima volta che assaltava una navicella tisp. Calciò, scalò e infine si lasciò cadere.

Il buio l’avvolse.

Il visore da combattimento entrò in funzione all’istante, spandendo il suo debole ronzio e dissipando l’ombra col fascio di luce verde. Le si parò davanti il perimetro d’antracite d’un lungo tunnel circolare, e la curva del fondoschiena di Diana, insaccato nei calzoncini mimetici. In quel buco maledetto non potevano che avanzare carponi, con le armi che penzolavano al collo rallentando la spedizione.

Il corridoio s’aprì in una camera sferica. Deboli bioluminescenze violacee punteggiavano le pareti bombate, linee diafane disegnavano pannelli di controllo e monitor dove lampeggiavano i caratteri ritorti della grafia aliena. Diana, ferma sull’uscio, cercava con occhi socchiusi il tisp: colse soltanto il perimetro metallico e iridescente del portale quadri-dimensionale. Per quanto strano fosse,sembrava inattivo. «Possibile che sia rotolato in una delle altre gallerie?» chiese. «Che sia così spavaldo da pensare di cavarsela contro di noi?»

Eva non sapeva cosa rispondere. I tau erano comandanti coraggiosi, ma non incoscienti. Restare intrappolato nell’uovo non era una buona strategia, questo l’alieno doveva saperlo. «No», rispose, «lo stronzo di sicuro proverà il salto. Non dev’essere lontano.»

Quando un tentacolo apparve d’improvviso a nord dell’apertura, calando fulmineo e afferrando Diana per la vita, Eva proruppe in una bestemmia. Appunto. L’altra Virago provò a sparare alla cieca, riuscendo soltanto a friggere una consolle. Eva la vide sospesa nella presa del tisp, il giacchetto mimetico che sfrigolava sotto le secrezioni acide. Cercò di mirare, ma dovette rinunciare: era troppo alto il rischio di annichilire anche la compagna.

L’alieno cominciò a muoversi su quattro tentacoli, mentre altrettanti si stringevano attorno alla soldatessa. La piccola bocca dentata fischiava nello sforzo e stillava gocce di bava, mentre la bestiaccia caracollava verso il cerchio che già si attivava sfavillando nella penombra. Dannati comandi telepatici. La superficie all’interno del portale, da plumbea, s’increspò in onde argentee.

Eva sentì le dita formicolare dal desiderio di fare qualcosa: Diana stava soffrendo. Forse, morendo.

Quando fu a pochi metri dal passaggio, il mostro si decise a mollare l’ostaggio, scaraventandolo come un fagotto di stracci dall’altra parte della sfera. La compagna si schiantò contro il fondo, un rumore sinistro di ossa spezzate che riverberava nella sala di comando. Ancora un istante, e il tentacolato si gettò attraverso il cerchio, lanciando ovunque faville accecanti di energia.

Eva si lasciò scivolare fino alla base della stanza. «Tutto bene, sorella? Sei ancora intera?»

Diana le rivolse un sorriso insanguinato, mordendo le labbra. «Sì, come no. Mi ha ridotto a una storpia.» Una gamba giaceva in una posa grottesca, il polpaccio piegato ben oltre il naturale.

«Ah, niente che una delle nostre sorelle medico non possa riparare. Hai ancora tante bestie da accoppare.»

Un silenzio cupo calò sulla sala, in sottofondo il ticchettare del passaggio spazio-temporale che inseguiva il countdown verso la chiusura. «Devi andare, Eva. Conosci il protocollo tau», Diana sussurrò fra i denti. «Non lasciare che quel bastardo vada troppo indietro. Corri, prima che ci sfasci l’adesso

«Lo so.» Non c’era molto da aggiungere. Era cosa nota che quel momento potesse arrivare per ogni soldatessa. Per una Virago, poi, era quasi scontato. Inspirò a fondo, annuendo fra sé e sé. Il pulsare del portale le riecheggiava sotto i piedi. «Ehi, Diana… pensaci tu al mio bello, ok?»

«Tranquilla». L’amica tentò un sorriso sofferente. «Te lo tengo lontano dai guai».

Il tremore si fece più frequente, un sussulto quasi un continuo che rimbombava per la sfera. «Ora vado, prima che il bastardo mi preceda di troppo.»

«Vai. Vai, sennò non lo ripigli più.» Diana portò la mano alla tempia in un saluto onorevole.

Eva annuì con decisione, imbracciando il semiautomatico e distogliendo lo sguardo. Era tempo di fare i conti col destino. «Mai guardare indietro», mormorò con gli occhi fissi sul portale, ora abbagliante. Prese fiato e si lanciò in una corsa furiosa, risalendo di slancio l’inclinazione della sfera fino a raggiungere il cerchio metallico che toccava il suo massimo splendore, mentre un fischio agghiacciante saturava l’aria. Lei urlò più forte, e saltò attraversi il plasma lucido e ribollente.

Un istante dopo, di lei non c’era più traccia.

 

***

La luce d’un cielo impossibilmente azzurro le ferì lo sguardo.

Eva annaspò, cercando di riprendere fiato. Le tempie martellavano come tamburi da guerra. Provò a tirarsi a sedere, ma le sue membra si mossero a malapena: il corpo s’era ammutinato ai suoi comandi. Gli effetti del passaggio spaziotemporale, comprese. Tentò d’allungare almeno una mano alla ricerca del fucile, ma tastò soltanto sassi lisci e terra polverosa. Niente da fare. Chissà dove cazzo è finito.

Inspirò a fondo, inclinando un poco la testa. Almeno lo sguardo era ancora lucido: fu colpita dal biondeggiare inatteso d’un campo di grano, dal danzare di spighe alte e ricche al vento lieve. Anche l’aria aveva un odore diverso, che riempiva i respiri sofferenti: un aroma d’erba fresca e fiori come non ne ricordava neppure nei giardini artificiali della Capitale.

Sono morta, e questo e l’Aldilà.

No, non poteva esserlo. Sentiva ancora ogni fibra e ogni tendine bruciare di dolore.

Un rumore sconosciuto, lento e ripetitivo, riecheggiò sulle rozze pietre su cui posava la schiena. Clop. Clop. Clop. Uno stridere di metallo sul selciato, forse un cigolare d’antiche ruote. Il cuore prese a battere irregolare, l’aria si strinse nei polmoni e le serrò la gola.

Devo muovermi da qui. Chissà in che punto dello spaziotempo quello stronzo mi ha portato.

Imprecò e lottò per tirare le gambe al petto, serrando i denti per il dolore. Stelle danzarono davanti allo sguardo, ombre bianche lo velarono di una cortina nebbiosa.

Un battito mancò nel petto.

Un altro, e poi uno ancora.

Eva rimase immobile mentre quel panorama idilliaco le colava via dagli occhi, soppiantato da un buio inesorabile.

 

(To be continued…)

Essere umano in perenne subbuglio e dal pessimo carattere, tiranneggiato dai suoi gatti e dalle proprie passioni ossessive. Lettore onnivoro e schizzinoso, autore di micronarrativa e racconti brevi, musicista imbarazzante e copywriter di professione. Insomma, una persona orribile.

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