CACCIA AL MAESTRO D’ARMI

di Marco Rubboli

Passai una mano sulla finestra della locanda per guardare al di fuori. Goccioline fredde e umide presero a colare giù, provocandomi un brivido di ribrezzo. La febbre non voleva andarsene, e il naso mi colava: un disastro. Fuori, non si vedeva nulla. Pioggerella e nebbia velavano insieme il paesaggio, un fenomeno che solo lì poteva verificarsi. Meglio così, comunque: Caer-Klassi era un luogo spettrale, e la vista della città – per chiamarla così – mi avrebbe solo rattristato, avvolgendomi in una bruma di lugubri presagi.

Infatti tranne la zona del porto e la fortezza lassù, in cima all’alta cresta rocciosa, tutto il resto di Caer-Klassi non era che un cumulo morto di resti anneriti cosparsi del marciume dei secoli.

Quando l’Impero Mitoien, l’unico vero Impero della storia, stava crollando e la sua flotta da guerra aveva abbandonato quel porto ormai indifendibile, quella che allora era una popolosa colonia sulla costa dell’Isola delle Brine era stata assalita dai predoni del Nord. Il Proconsole di allora – un bel figlio di buona donna – aveva rifiutato di aprire le porte della fortezza alla popolazione. Chi non era riuscito a fuggire inerpicandosi su per sentieri pericolosi e scoscesi era finito nelle mani dei barbari. L’intera città era stata sventrata e lasciata lì a decomporsi, tanto gli abitanti come gli edifici. La fortezza, invece, lassù in alto, se l’era cavata senza danni. Un po’ come avveniva allora in pressoché tutto il mondo conosciuto: pochi la scampavano e i più morivano male. Da allora era passato molto tempo, secoli, e il mondo si era ripreso. Ma non l’Isola delle Brine. In effetti, come dicevo, ancora oggi a Caer-Klassi vi sono solo due zone abitate: il quartiere del porto e la fortezza in cima alla scogliera, con le mura di quest’ultima assediate da una selva di catapecchie che pare una massa di funghi sul ceppo di un albero defunto. In mezzo, il resto è tutto rovine e devastazione. Il cadavere dell’antica città si estende a perdita d’occhio.

Ora, voi potreste dire: e tu che ci facevi, un capitano di mare Maliano in quel postaccio sperduto in mezzo all’Oceano dell’Ovest? Perché mai avevi lasciato le acque del nostro bel paese per quelle lande inospitali circondate da un mostro liquido grigio e mugghiante?

Bene, allora per la prima volta avevo finalmente una nave mia, una bella caracca mercantile che quando filava col vento in poppa era un piacere e di traverso era ancora meglio, tutta lucida di legno buono e nuovo. Si chiamava “Figlia del Vento”. Poco originale, lo so. Ma bellissimo. Ero giovane… Però la “Figlia del Vento” non era davvero mia, non ancora: almeno fino a quando non avessi finito di ripagare il prestito che il Banco Bruti di Biancacava mi aveva fatto.

Così mi ero lasciato convincere da quell’Aiace Bellavalle, un ex campione di pugilato riconvertito in mercante, un tipo grosso di Alesia col naso pluri-rotto. Avevo accettato di portare lui e il suo carico di roba strana fino all’Isola delle Brine. La roba strana in questione era più che altro attrezzatura per il pugilato: sphairai, dei guantoni da allenamento grossi, tanto imbottiti che sembrano delle palle, hymantes, guantini di cuoio imbottiti poco o niente “per gli incontri seri”, e poi altre diavolerie Isolane che non saprei, pelli di maiale da colpire piene di stracci e compagnia bella. Ma c’erano anche molti pugnali, spade e balestre a mano, pezzi d’armatura ed elmi, di qualità senza infamia e senza lode ma che per quei mezzi barbari di lassù andava benissimo. Anzi, tutto sarebbe stato visto come materiale di prim’ordine. Così un bel mattino di sole eravamo salpati insieme dal porto di Rocciarossa volgendo la prua verso lo spettrale porto delle nebbie in cui ora ci trovavamo. Avevamo attraccato a Caer-Klassi tre giorni prima, e ben presto mi ero lasciato convincere da quel bel tipo di Aiace a “fare una passeggiata” fino alla rocca dove risiedeva il Ryx. “Ryx” nella strana lingua locale vorrebbe dire “Re” ma il signore di Caer-Klassi non era paragonabile nemmeno al più povero e sfigato fra tutti i Duchi Maliani. Avevamo camminato per troppo tempo fra i melanconici resti abbandonati della città costruita dai nostri antenati Mitoien, sotto una pioggerella sottile che pareva il pianto di ninfe antiche sulle glorie che furono. Alcuni palazzi un tempo eleganti erano in piedi solo per metà, altri erano crollati del tutto, e volpi, ratti e corvi se ne disputavano i resti. Dopo così tanto tempo si vedevano ancora qua e là i segni del fuoco sulle travi annerite e spezzate. Una volta lasciatoci alle nostre spalle il borgo della marina, non vedemmo in giro più nessuno, se non forse gli spettri di tutti quei coloni Mitoien massacrati. Le strade ben lastricate erano invase di fango e di erbacce. Si era fatto più freddo ancora quando il sole aveva iniziato a calare, mentre noi salivamo per i sentieri che portavano ai quartieri circostanti il grande castello. Al castello ci fu negato l’accesso, e il resto della zona era uno schifo. Eravamo rientrati al porto che era ormai notte, alla luce delle torce. E io mi ero ammalato, dannazione. Che clima di merda.

Da allora me ne ero rimasto rintanato alla taverna detta “dei Maliani”, il “Lynnmor”, che dava sulla banchina principale. Aiace invece se ne era andato per i fatti suoi a trovare pugili e mercanti d’armi locali per smerciare i suoi “beni”.

Naturalmente i marinai dormivano sulla nave, ma noi che ce lo potevamo permettere ci eravamo alloggiati alla locanda prediletta dai nostri compatrioti… quelli che se lo potevano permettere, ovvio.

La sera precedente avevo peggiorato il mio stato di salute col vino speziato locale.

Si era unito a me e ad Aiace per la cena un tale Arnoldo Marmi, un maestro d’armi titolato dall’Accademia di Scherma di Turrita, la sua città. Questo tale Arnoldo era un tipo né alto né basso, con capelli neri lunghi fino alle spalle, baffi arricciati e una barbetta a pizzo.

Ci aveva raccontato che si era trasferito da quelle parti in cerca di fortuna circa un anno prima. Infatti aveva sentito dire che sull’Isola delle Brine non c’erano Accademie e veri Maestri di scherma, ma solo dei praticoni che insegnavano nelle taverne. La voce, per sua fortuna, si era rivelata fondata: Arnoldo si era trovato davanti come concorrenti dei rozzi bricconi che mostravano ai loro allievi sporadici e improvvisati solo sporchi trucchi, fondamenti elementari e bizzarrie esibizioniste, decisamente poco pratiche. Spesso lo facevano in cambio solo di una cena e una notte al caldo, o per i pochi spiccioli che qualche sbandato in cerca di guai poteva pagare. Arnoldo non aveva avuto problemi a batterli e sbugiardarli pubblicamente. Tutta quella feccia era parecchio arrabbiata con lui, ma il Maestro dall’alto della sua abilità e della sua arte se ne infischiava altamente. Il problema era che la clientela di quei burini non era tale da permettergli di sbarcare il lunario dignitosamente, mentre i nobili per tradizione si ostinavano a insegnare di persona ai loro figli ciò che loro stessi non sapevano. Per fortuna del maestro di scherma Maliano si era creata di recente a Caer-Klassi un’ambiziosa classe di mercanti e di artigiani che era attratta da ogni novità, specialmente se straniera. Costoro non avevano esitato a mandargli i loro figli. O anche si erano presentati loro stessi di persona, sperando di diventare tanto abili, con le misteriose arti della remota e favoleggiata Malia, da poter tenere testa alla bisogna anche ai loro prepotenti signori. E il buffo era che probabilmente non si sbagliavano. O almeno questo era ciò che sosteneva lui, Arnoldo.

Infatti, diceva, quelli dell’Isola delle Brine, o almeno quelli di Caer-Klassi di cui poteva ormai parlare con cognizione di causa, erano sì ignoranti come delle zucche in materia delle arti di Marte, ma se gli insegnavi imparavano bene e alla svelta. Non come i Dosthan che non riescono mai a capire dove devono mettere i piedi e perché, e pensano che sia lo stesso muoverli in un modo o nell’altro purché le braccia siano in grado di picchiare forte. Su questa critica ai combattenti Dosthan eravamo tutti d’accordo, anche io e Aiace che non avevamo mai visto combattere nessun Dosthan. Ma fra Maliani quando c’è da parlar male di quei crucchi dei Dosthan ci si intende sempre, e sanno gli Dei quanto ci si ride sopra.

Dopo questo racconto ci eravamo infognati in discorsi di politica. A Malia, come sempre, incombeva una guerra civile. Aiace, che era di Alesia – la capitale – e quindi stava dalla parte del Re, sosteneva che Tiberio IV Alesiade avrebbe imposto la sua giusta egemonia anche sulle Colline Occidentali. Come del resto era successo ai tempi di suo padre Re Costante, il quale aveva soffocato la ribellione delle Colline Brumose e costretto i Montebrumoso e i Vignanera a sottomettersi.

“Il vento è cambiato, non ci si può più sottrarre così facilmente ai propri doveri. Tutti i Duchi e i Duchetti devono smetterla di voler fare da soli e di strangolare il commercio con le loro tasse, gabelle e balzelli. Non si può frammentare il Regno in questo modo, dico io.”

E questa chiusura, sottolineata da un pugno di dimensioni considerevoli e duro come un macigno che batteva sul tavolo, avrebbe zittito quasi chiunque.

Quasi.

Perché invece Arnoldo, che era un uomo roboante e iroso tipico delle Colline Occidentali, gli teneva testa senza timore.

“Eh, no, le hose ‘un stanno proprio hosì home le dici tu, Aiace. Proprio no. E’ huel tuo Re di Alesia he rompe i hoglioni al prossimo, diho io. Non puoi miha andare a dire te hosa devo fare o non fare io a hasa mia, e he tasse posso o non posso mettere. Se vuoi portare le tue hose da vendere da me e c’è la tassa, c’è la tassa e la devi pagare. E se io da generazioni e generazioni mi gestisho da me e lo faccio bene tu he vuoi? Ma huale Re e Re. I Mitoien un tempo, prima dell’Impero, miha ci avevano il Re, e hanno honhuistato il mondo. Poi hon l’Impero l’hanno perso. Hosa ti dice huesta storia a te?”

Aiace diventava nero in viso, il naso rotto e ri-rotto che pareva un enorme bitorzolo contorto per la rabbia.

“Allora facciamo così: stiamo tutti separati, ogni borghetto putrido per conto tuo. Sì, così finalmente i Dosthan ci conquistano tutti ed è finita lì. Visto che ti piace tanto parlare degli antichi Mitoien, allora dimmi: come sono finiti i Mitoien? Te lo dico io, te lo dico: sono stati spazzati via dai barbari Dosthan, gli antenati di quei Dosthan che ancora oggi ci spiano da oltre i monti, e che sarebbero contenti di mangiarci pezzo a pezzo, se non ci fosse ancora una discreta parte del paese che rimane unita. E parlo del Nord del Regno, la parte migliore, che se non ci fossimo noi in mezzo a salvarvi le vostre chiappette molli è un pezzo che i vostri Duchi farebbero la riverenza al signor Imperatore di Altengaard. Ecco. Te l’ho detta, adesso!”

“Bah, io la vedo diversa, haro mio. Ad ogni modo il Duha di Ampioporto ci aiuta, se il vostro Re fa lo stronzo. E huello ha un esercito he Tiberio lo vorrebbe ma ‘un ce l’ha hosì. Ora poi ha ingaggiato pure huei mercenari Gallessani, la Hompagnia Maravoy, huelli he vengono da Hastelbrun. Pare he li hanno shacciati pure dalle Isole, da Myhenes dove stavano, e ora vanno in massa ad Ampioporto per servire il Duha. Ne vedremo delle belle, diho io, se il tuo Tiberio piscia fuori dal vasino suo.”

Questi Maravoy di Castelbrun erano una Casata Gallessana ribelle che era stata esiliata dall’Impero Dosthan e si era rifugiata nelle Isole, a Mykenes. Qui era la popolazione del posto che si era ribellata a loro, invece, e adesso giravano per Malia ridotti a una compagnia di ventura.

Aiace fece spallucce:

“Ma se li scacciano da tutte le parti, ‘sti Gallessani di Castelbrun, magari non sono poi così forti. Ma va’, noi abbiamo i cavalieri di Cinquecolli, Castroforte, Verdefiume e Campofiorito, le flotte di Ampioporto, Torrecorvara e Porto Posidonio, i Cacciatori dei Monti di Gransequoia e Acquaruggente, e soprattutto i nostri Ronconieri di Alesia, che coi loro ronconi li aprono come le cozze, i tuoi Gallessani . Ma figurati, non c’è paragone.”

E l’altro, cocciuto, a ribattere:

“Tu pensa huel he vuoi, ma huei Gallessani mio cugino li ha visti davvero dice he fan paura, si muovono in trecento e più tutti a havallo home se fossero un uomo solo. E poi ‘un ci abbiamo miha solo huelli: c’è Vastopasso, Granfaro, Novafortia e tante altre città e Duhati. E voglio proprio vedere se huelli delle Holline Brumose restano fedeli anhora al Re in una guerra seria, dopo home li ha trattati il su’ babbo. Voglio proprio vedere!”

Aiace scoppiò a ridere di un riso forzato:

“Quelli hanno già avuto il loro avere, e stai sicuro che se ne staranno buoni.”

Io dal canto mio stavo troppo male per prendere le parti di qualcuno e mi limitavo a osservarli a bocca aperta come un besugo, riflettendo che noi Maliani basta che siamo più di uno e siamo perfettamente in grado di organizzare una bella guerra civile tra di noi. Se poi siamo tre a volte c’è anche la fazione neutrale, che pensa di sfuggire ai guai standosene zitta zitta per conto suo, il che a volte funzione ma per lo più non tanto. Fazione neutrale che quella sera era impersonata dal sottoscritto, il quale sperava soltanto che la guerra a venire non danneggiasse troppo i commerci e soprattutto le rotte marittime.

Fra questi racconti e queste spacconerie, anche spinti dal freddo e dalla fastidiosa umidità, continuavamo a trangugiare zuppa di carne e vino speziato caldo.

Ci si era messa poi anche quella bella figliola della Gwenhyfar, una moretta agile e flessuosa dagli occhi grigio-azzurri che parevano il mare della sua isola nei giorni di sole e nuvole. Costei era la figlia di Angus, il locandiere, il quale a sua volta era oriundo, di padre Maliano e madre del posto. Per questo i Maliani più o meno agiati che capitavano a Caer-Klassi si sistemavano da lui che un po’ parlava la nostra lingua, seppure abbastanza malamente.

Orbene, questa Gwenhyfar, bella figliuola ma figliuola di suo padre – quel vecchio bastardo – si era messa quasi a farmi gli occhi dolci quella sera. “Lucio di qua”, “Lucio di là”… Mi teneva un po’ a distanza, a dire il vero, ed era arrivata anche a tirar fuori quel luogo comune da nordici, “Maliani – maiali”. Ma da lontano mi sorrideva, e ripeteva che le dispiaceva tanto per la mia malattia. Però, con tutto ciò, un po’ di decotto di corteccia di salice non me lo poteva trovare, che da quelle parti non si usava. Pure che si sa fin dai tempi dei Mitoien che aiuta parecchio contro la febbre e il raffreddore. Invece la ragazza continuava a portarmi quel vino speziato, che a suo dire faceva molto bene a chi si trovava nelle mie condizioni, e lo scaldava apposta per me. Io nonostante continuassi a tirare su col naso e non fossi di certo nelle condizioni migliori per approcciare una fanciulla e men che meno per amoreggiare, devo confessare che ero attratto da lei, e per farla contenta e far bella figura mandavo giù quella broda forte e carica di pepe, buccia d’agrumi secca tritata e altre cose che non saprei dire. E quella giù a darmene ancora, e ad allungare la lista del conto da pagare.

Tanto che quella notte – quando andammo a dormire dopo che Gwenhyfar a una cert’ora era scomparsa per tempestiva azione del padre – il raffreddore era sì un po’ migliorato, ma solo a tutto vantaggio di un mal di testa atroce che mi martellò tutta la notte, e che pareva sorto direttamente dall’Averno per tormentarmi.

Non ricordo bene come raggiunsi il letto, ma vi caddi sopra vestito e con gli stivali e la spada al fianco e tutto, e rimasi lì senza proprio dormire ma quasi agonizzante per quel che rimaneva della notte e buona parte della mattina.

Quando mi alzai, il tempo era ancora pessimo, come sempre, e avevo i brividi.

E così siamo tornati all’inizio, al momento in cui, incattivito dalla sbronza e dalla stronza della sera prima, e con un tremendo sapore in bocca, tentavo di rimuovere la condensa dalla finestra della mia camera.

Fu proprio allora che scoppiò l’inferno.

Un gran trambusto al piano di sotto – urti e botte e grida, e quel che è peggio rumor d’acciaio – mi fece balzare il cuore in gola. Non feci in tempo quasi a portare la destra alla spada che la porta della mia stanza venne giù di colpo, fra assi spezzate e chiodi piegati, infranta dal piedone stivalato di un tanghero locale. Il tipo mi si spiana davanti con due armi, una per mano, e sfodera un ghigno cattivo e pieno di soddisfazione.

“Eccone un altro!” esclama nella sua lingua barbara.

Era uno alto e dinoccolato, biondiccio, e impugnava due di quelle lame corte e storte che lassù chiamano “cutlass”… fra parentesi, sono sempre stato convinto che questo termine venga dal dialetto della nostra Costa dell’Alba, da “cultlazz”, per dire “coltellaccio”. Dietro di lui fa capolino un altro, più basso ma più grosso.

Io un maestro di scherma come Arnoldo non lo sono, ma quando ero in patria a Golfoscuro ho preso le mie lezioni, e un po’ di risse e tafferugli li ho pure vissuti.

Quindi senza por tempo in mezzo afferro una grossa brocca che era poggiata lì sul davanzale e gliela lancio dritto sul grugno.

Quello cerca di schivare ma non ci riesce e se la prende in fronte.

Non fa in tempo a dire “Ahi!” che non può dire più niente perché è morto, e la mia spada gronda roba rossa.

Sarà poco leale lanciare cose pesanti in faccia a uno prima di colpirlo, ma anche entrare in camera della gente – magari pure malata – per sgozzarla nel suo letto alla traditora non è il massimo del rispetto e del bon ton. Quindi non mi faccio scrupoli.

Il secondo uomo ha una spada nella destra e un brocchiero (un piccolo scudo rotondo, per chi non lo sapesse) impugnato nella sinistra.

Ma quando il suo compare cade stecchito lo sguardo dell’uomo si perde e il suo viso si scolora.

Ne approfitto, e lancio una finta al lato destro.

Lui d’istinto, in preda al panico, muove le armi spostandole insieme, e vedo il suo gomito sinistro spuntare ampiamente da dietro il brocchiero. Brutto errore.

Il brocchiero cade sul pavimento con un cupo rimbombo, ancora con la mano che lo stringe e un bel pezzo di avambraccio. Le spade tagliano, figliuoli, siatene consapevoli. Urla e fa per girarsi, ma lo trafiggo alla schiena.

Li scavalco entrambi ed esco sul ballatoio, dove trovo Aiace Bellavalle nell’atto di far calare un pugno a martello sulla tempia di un tizio. Spero di prendere mai una botta del genere. Il cranio del malcapitato cede e si deforma, il sangue gli schizza da un orecchio e dagli occhi. Si accascia sconvolto da fremiti nervosi. Aiace espira forte e si gira verso di me.

Lo guardo in modo interrogativo ma lui non risponde.

Allora mi decido e lo chiedo:

“Ma che diamine sta succedendo?”

“Mio caro Lucio, non ne ho idea!” risponde lui massaggiandosi la destra.

Di sotto sembra che sia scoppiata la guerra civile di cui si parlava la sera prima, una baraonda furiosa.

Mi giro e vedo un paio di stivali che spuntano dalla camera di Aiace, belli orizzontali.

“E quello?”

“Mi è entrato uno in camera armato con un pugnale. Ho schivato, ho fintato un diretto sinistro e con un gancio l’ho steso.”

“E se si sveglia?”

“Non si sveglia.”

“E come fai a esserne certo?”

“Non si sveglia. Quando era svenuto gli ho spezzato il collo, per sicurezza.”

Rabbrividisco.

E questa volta non è per la febbre, che non percepisco più affatto.

Brutto modo di andarsene. Ti prendi un pugno in faccia e te ne vai nel mondo dei sogni pensando “brutta botta, non starò bene quando riprenderò i sensi”. E invece ciccia. Non ti riprendi per niente perché un figlio di buona donna mentre eri svenuto ha pensato bene di spezzarti l’osso del collo.

Aiace, che non è stupido, intuisce quel che penso e ribatte:

“In realtà è meglio così che per quei due che hai fatto a pezzi con la spada. Almeno lui non lo sapeva, che stava per morire, invece quelli lo hanno capito anche troppo bene.”

Questione di punti di vista. Non sono belle cose e bei momenti comunque, punto. Però meglio loro che noi.

Ci affacciamo alla balconata.

Di sotto c’è Arnoldo, che al momento dell’assalto stava facendo colazione, anche lui con la spada in pugno. Intorno a lui ci sono due cadaveri di tizi locali e due banditi armati, anche loro locali ma ancora in piedi. L’impugnatura e il fornimento del pugnale che Arnoldo è solito usare con la mano sinistra spuntano dal petto di uno dei morti come un macabro fiore d’acciaio. Lui è lì che fa quel che gli piace fare: giocare col ferro. Per il resto, tavoli rovesciati, ciotole e brocche infrante, latte e pane e uova fritte per terra… insomma un caos.

Ci corre incontro Elaine, la cameriera. Non è figlia del padrone, lei, ma una ragazzetta vispa dai capelli lunghi ricci tra il castano e il rosso, gli occhi chiari e uno strano nasino in su. Una simpatica, che ti tratta bene e fa il suo mestiere ma non fa troppo la smorfiosa. Non come quell’altra…

“Elaine, cosa succ…”

“Sono venuti ad ammazzarvi! Ce l’hanno con voi.”

Non capisco quel che dice, sulle prime.

“Con noi? E perché mai? Ma se non li ho mai visti in vita mia, ‘sti guappi.”

“Ce l’hanno con i Maliani, vi vogliono ammazzare tutti. E’ per causa di Arnoldo, che gli ha rubato il mestiere.”

Allora capisco.

Sono i sedicenti maestri d’armi locali, quelli che insegnavano nelle taverne.

Non faccio in tempo a riprendermi dallo stupore che una specie di spaventapasseri armato di spada corta e martello d’arme ci corre incontro sul ballatoio, arrivandoci alle spalle.

Aiace si gira di scatto e lo prende in contropiede con un calcio frontale in contro-articolazione sul ginocchio.

Sento il rumore delle ossa che si spezzano… un gran brutto rumore, e stringo i denti mentre quello cade gridando.

Poi lo finisco con una stoccata. Ha finito di gridare e di soffrire. Almeno.

Io e Aiace ci guardiamo, poi un rumore sordo ci fa girare di nuovo verso il piano terra.

“Non dovremmo aiutare Arnoldo?”

Aiace fa una smorfia.

“Huello spahhone, traditore del suo Re, he ci ha messo nei guai? Ma certo, andiamo!”

Aiace afferra il martello d’arme dalle mani dell’uomo che abbiamo ucciso, e corriamo giù per le scale.

Intanto Arnoldo ne spaccia un altro: lo taglia dietro il ginocchio muovendosi di lato e poi appena quello va giù in men che non si dica lo sgozza, di filo falso.

E fanno tre.

Gli resta soltanto uno, ma è il più tosto, un tale Dubmor che – abbiamo saputo in seguito – prima dell’arrivo di Arnoldo era considerato “la prima lama di Caer-Klassi”. Un fulvo alto e grosso che pare un albero d’autunno prima che cadano le foglie.

Siamo lì che stiamo per prenderlo alle spalle in due, quando Arnoldo ci vede e ci lancia un’occhiataccia come a dire “fermi lì che ci penso io, se mi aiutate i prossimi siete voi”.

Forse la nostra non era la mossa più equa e corretta del mondo, posso ammetterlo, ma al posto di Arnoldo non mi sarei fatto tanti scrupoli, dato che quelli dal canto loro lo avevano assalito in quattro.

Ma tant’è, io sono un capitano di mare, mica un maestro di scherma, quelli hanno criteri tutti loro su ‘ste cose.

Così io e il pugile ci siamo messi uno da un canto e uno dall’altro, pronti entrambi ad ammazzare il tizio se fosse stato lui a prevalere sul nostro amico.

Non avevo dubbi che Arnoldo fosse più in gamba di quell’altro, ma non si può mai sapere: c’erano vari liquidi sparsi per terra su cui scivolare, armi abbandonate e corpi senza vita su cui inciampare e, insomma, non si può mai dire cosa succederà in uno scontro all’arma bianca. In più, quello oltre alla spada impugnava una daga, vantaggio di cui il maestro Maliano non disponeva più.

Comunque sia, devo ammettere che se non fossi stato così teso sarebbe stato un piacere vedere come Arnoldo faceva danzare la sua lama, quasi prendendo in giro il suo avversario.

Ecco, adesso stava per scattare, intuii.

Un fendente divenne un colpo di punta che spaccò l’occhio sinistro di Dubmor penetrandogli nel cranio.

Era finita, pensai.

Invece no: lo spadaccino nemico invece che accasciarsi ruggì di dolore e sferrò un potente sgualembro pieno di furia, costringendo Arnoldo a saltare indietro per salvarsi.

Poi Dubmor lasciò cadere la daga e si portò la mano sinistra sull’occhio distrutto, da cui colavano sangue e un liquido biancastro.

Come potesse essere ancora vivo, quell’uomo, non l’ho mai capito.

Arnoldo tardò un attimo a riprendersi dallo stupore, ma poi si ridispose all’opera sua.

L’uomo venuto dalle Colline Occidentali di Malia fintò una stoccata contro il fianco destro di Dubmor, che andò a parare con un movimento sconclusionato. Allora Arnoldo cavò da sotto senza ritrarre la mano e scattò. Trafisse al petto il suo nemico con una fulminea punta roversa.

La lama penetrò profondamente.

Un colpo da manuale.

Questa volta davvero il suo avversario non aveva scampo.

Ma Dubmor non aveva nemmeno tentato di parare la punta del Maliano: il suo unico occhio superstite bruciava di furore belluino e – prima di spegnersi – quel fuoco selvaggio gli consentì di calare un ultimo colpo sul suo uccisore.

Arnoldo vide il ferro che gli sfrecciava incontro dall’alto e d’istinto alzò il braccio sinistro a protezione del capo.

Quel gesto gli salvò la vita.

La lama del “maestro” di Caer-Klassi gli ferì il braccio penetrando nella carne, scivolò sull’osso e corse giù, staccandogli via una bella bistecca di avambraccio, carne Maliana di prima qualità.

Mentre il grosso Dubmor si accasciava finalmente senza vita, gli occhi del Maestro si spalancarono, pieni di dolore misto a stupore:

“HAZZO, HAZZO, hazzo, hazzo, hazzo…” ripeteva ossessivamente, mentre pisciava sangue dall’avambraccio come un maiale sgozzato.

Non so dire se Aiace in quel modo gli abbia addirittura salvato la vita, ma comunque il vecchio campione fu molto lesto ad afferrare una tovaglia e avvolgergliela attorno all’arto ferito, tamponando l’emorragia.

A quel punto risbucò anche il locandiere Angus, che se ne era stato fino a quel momento a sbirciare atterrito da dietro la porta della cucina.

“Prendi un coltello e fallo arroventare sul fuoco, presto!” sbraitò Aiace.

Angus raccolse la fetta dell’avambraccio di Arnoldo dal pavimento e se la infilò in un tascone del grembiale, poi scattò via di nuovo in cucina per obbedire agli ordini di Aiace.

Non so perché lo abbia preso, il pezzo di carne caduto dal braccio di Arnoldo, forse solo per toglierlo di lì, e non so nemmeno che cosa ne abbia fatto dopo. Non ho osato chiederlo allora, né ancora adesso oso pensarci più di tanto. Non credo, ma… a scanso di equivoci per il resto della mia permanenza presso il “Lynnmor” non ho più mangiato carne di nessun tipo.

Afferrai uno sgabello e lo porsi al ferito, che vi si sedette subito sopra. Respirava profondamente per sopportare la pena e per prepararsi a quella imminente e ancora maggiore della cauterizzazione.

Dal canto mio, dopo aver abbondantemente vomitato sul pavimento per varie ragioni che potete ben capire, mi ritrovai miracolosamente guarito: non avevo più nemmeno l’ombra del mal di testa che mi aveva torturato fino a poco prima, e potevo perfino respirare.

“Sei stato bravo, figliolo.” disse l’omone di Alesia confortando lo spadaccino ferito.

“Ma huanti erano, fra tutti?” chiese Arnoldo.

Feci un rapido calcolo.

“Io ne ho contati nove. Quattro li hai fatti fuori tu, agli altri abbiamo pensato noi due.”

Feci una pausa.

“Per fortuna c’erano Elaine e Angus che hanno visto tutto, altrimenti le nostre teste non varrebbero un soldo bucato, con tutti questi sudditi del Ryx che se ne stanno a faccia in giù sul pavimento.”

Elaine, che se ne stava in piedi in fondo alle scale senza sapere bene cosa fare in mezzo a quel macello, annuì e sorrise debolmente.

Presto tutti avrebbero saputo che tre Maliani erano stati assaliti da nove maestri d’armi del posto e li avevano spacciati tutti senza subire perdite. A quel punto Arnoldo avrebbe avuto una folla di aspiranti allievi.

Tutte le fortune.

Ma avrebbe dovuto limitarsi a insegnare spada sola, almeno per un po’.

“Sono ferito solo io, voi state bene?” chiese il maestro.

Lo rassicurammo entrambi… solo per poi comprendere che quella domanda non era sorta tanto a causa della preoccupazione per la nostra salute, ma piuttosto perché il buon Arnoldo si vergognava di aver subito un colpo, proprio lui che era un professionista.

Non riuscii a evitare un mezzo ghigno, ma poi volli tranquillizzarlo anche su quell’aspetto.

“Be’, comunque tu non hai nulla da rimproverarti. Lui doveva parare e non attaccarti, in quel frangente. L’errore è stato solo suo.”

Mi sorrise.

“Ti ringrazio, Lucio.”

Alzai le spalle.

“Non c’è di che. Ho detto solo quel che penso.”

“Grazie homunhue.”

A quel punto Aiace Bellavalle si permise un sorrisetto malevolo e mi strizzò un occhio.

“Bah, non saprei però. In fondo un vero Maestro di scherma dovrebbe prevedere le fesserie che il suo avversario può fare, e dovrebbe anche sapere che gli spadaccini da queste parti hanno più fegato che cervello!”

Michele Gonnella AKA Noccaghignante, classe ’88, è una teppa sin da bambino. Studia l’arte della vendemmia del prossimo a mani nude da che sa camminare per poi aggiungere la specializzazione con attrezzi adatti all’uopo quali spade, scudi, machete… Non è un caso che la sua passione per la scrittura, alla fine, si sia solidificata nel suo primo libro e patente di nobiltà: un manuale di rissa tra vernacolo, falso storico, manuale scritto in codice e satira. Se ne ferisce più la penna della spada lui non lo sa, ma le ha entrambe e in più espone con orgoglio la zappa meritata vincendo lo Zappa&Spada.
Oltre a questo ha una malsana passione per haiku (vedi il canone dell’haiku ignorante), tè, caffè, birra, gatti e ocarina. Attualmente sta lavorando a più libri di quanti un mondo sano di mente vorrebbe e non sembra aver intenzione di smettere di pestare tanto presto.

De Bello Tabernae – Manuale di rissa

Zappa & Spada

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