BEN VENGA MAGGIO, E’L GONFALON SELVAGGIO!

Illustrazione di Francesco Saverio Ferrara

di Luca Mazza

“Gli Dei mi dian cent’anni di guerra,

ma non un giorno d’Arpasto!”

Ogino di Cnàussa, Speziale della Corona

 

Io, Mazzalucco Penumbro, scriba grato di Augusta Corte, porgo la destra e la destrezza della mia Arte alle muse d’Acciaio che governano l’Esordio d’Arpasto, in queste radiose Idi d’Ambarvali glorificate dalla munificenza di Ottardo Martello Principe fiero di Rosavena, nell’Anno XXVII di Sua Elezione.

 

Il giorno corrusca in sesta e i graniti del Coliseo rispondono in archi biondi.

La luce affila i contorni, al celeste risponde il bianco immemore della rena.

Cantano al Maestrale l’armi della Signoria, eternano la dinastia la Gulpe e il Giglio.

Squilla di ottoni e di pompe, gli spalti si cerchiano per censo.

Tribune di sete operate d’argento, probiviri e castaldi, ambasciatori di Thanatolia, Abadonia, Lamannia ed altre langhe infeudate.

Le oziose piume sfumano nel vile degli anelli infimi, le sarge sgargianti delle bardasse e i fustagni dei banchi turbolenti, affamati di menare.

Paggi in livrea vermiglia dispensano agli umili il biscotto del primo raccolto, badati a vista dalle picche dei Cittadineschi e dalle fauci dei tordoghi.

Gli ottoni squillano.

L’arena si gonfia d’un sol boato, che avvinghia Magni e plebei, dotti e indotti, ori e glebe: sfilino i Terzi!

Ogni Sestiere marcia al suo spicchio, il pavese adorno di araldiche antiche quanto i marmi.

Le ghiaie scricchiolano sotto il tacco di chi sprezza il futuro, spira l’etesio caro ai prodi.

Plastici e barbari i visi dei Campali, all’ombra dei corni, dei crini bestiali!

Virgulti e veterani folti di mustacchi e crespi di barbe, levigati di suture, le vesti e l’arme tremebonde al bordone delle cornamuse.

Si acquartierano in cortei di ferro e arcobaleni di alburno, beniamini di Malpertugio, Nefasterio e Cacciaribaldi.

Tutti tranne una coorte, che si tende in schiera tra i pulpiti e le sabbie morte.

L’inno dei Grifagni di Malsepolcro, settemplici campioni di Rosavena, ascende ai Numi in nota lugubre e bellicosa.

Hanno spallacci smaltati di perso e mezz’elmi a becco, sono nervi e lotta in attesa del verdetto.

Minonte li guida, forte di Marzo, nel ringhio orribile dell’occhio losco.

Lo drappeggia una stola nera di capro, al fianco una spada grande da sventrare il Maggio.

Garrisce il gonfalon selvaggio, stinchi e bucranio in terra di cera. Chiusa in piastra è la sua furia.

Poi tacciono, e ascoltiamo.

 

Sul pergamo di ghirlande il Camerlengo serenissimo proclama aperto il Sorteggio.

Un par d’ancelle risalgono i gradi vestite di sole, ogni passo è un sospiro per l’alma!

Porgono il premio, il tributo al duolo e al coraggio, l’Arca taurina dell’Arpasto.

Il cedro e l’avorio del palio riverberano nel chiuso dei calcari, stellati d’elettro, come uno scettro che incanta il povero e irride il pavido.

Il Camerlengo agita la zangola delle sorti.

Quale scudo estrarrà, l’ostrica dei Sette Moli, l’atropo dei Pennati, la lampada di Quinzica …

Il Canino di porco!

I calli si spellino, le gole si raschino, s’avanzino i Rodimonte sfidanti!

A cateti del loro duce Laondila, fante crudele e spedito, i verdecalzati si allineano nei colori silvani del Sestiere.

Elmi di  sparviere e mascelle zannute, fisici da pietristi, un arruffio di gufo e bisonte sulle loriche fini.

I rispettivi capitani si salutan d’incontro, un sordo ruggito, promessa di lutto.

Chi sfida attacca, è la legge dell’Arpasto.

Ogni Terzo ha una Serrata e un’Ossidione.

Trenta cuoia per reparto ergo sessanta, un’arma corta e una lunga pro capite.

Artiglieria a polvere bandita, solo dardi arrotati e pietre larghe un pugno.

Due castelli alti due pertiche grandeggiano ai poli delle sabbie, con tanto di torre, fossato e cinta muraria: trionfa chi inasta il vessillo di Casa sullo spalto più alto della rocca ostile!

I Grifagni difendono, la loro Serrata si accastella alle valenze di Giacco Senzolivi, conte di coraggio.

L’Ossidione di Minonte s’aggiusta nel ridotto d’ombra e sudore che sottende il fortilizio, gli sguardi guizzanti come randagie che spasimano strage.

I Rodimonte han tempo una clessidra d’ossa trite per compiere il valore, poi il gioco si ribalta e compete ai Grifagni ultimar l’opra letale.

Il brusio assorda i fegati.

I Campali si ordinano sulla polvere che scotta, e serba il gelo di innumerevoli legioni di ombre.

Tutte l’ore son brutte per morire, ma il fulgente mezzodì di primavera è ben peggiore di una notte di gelo.

Nell’azzurro suona un corno di bronzo, tanto alto da far fioco il tuono.

Il Camerlengo volge la clessidra.

Sia Arpasto!

«Cenerete coi vostri passati!» echeggia Laondila marziale.

L’Ossidione marcia in quadrato, un baluginio di brocchieri intesti di luce e sguardi animosi.

Dai piccioli bastioni frombolano i ciotti sul tremulo mosaico.

Poi, al segnal dell’urto, la testuggine si scagliona alla spicciolata. Vuol frazionare il fuoco di selci, in attesa di un favore.

I Serranti Grifagni centrifugano in forze e liberano gragnole da soprammano.

I Rodimonte ribattono alle grandini, sciupano francesche e giavellotti, il bianco è lecito all’assalitore.

Le tribune estuano, i seggi s’infiammano: ogni spiracolo può farsi fatale.

Coglie una falla lo stratega, e decentra la falange sul fuoco debole.

I genieri stendono la passerella sopra il fossato, coperti dai lanci, uno cade e si contunde.

Che selva di raffi e roncigli, l’Aggancio!

Laondila trasloca l’impeto sulla muraglia, ha da scalare i parapetti prima che la Clessidra si capovolga.

I castellati Grifagni ritardano la presa con mirabile tenacia, Capaguto è spacciato.

Beccardo è primo al corpo a corpo, l’atto dopo è il generale Laondila e il secondo Ermolao.

L’Ossidione va in Testa!

I salienti sono una strofa di scherma, botte e livore.

Le corsesche affrontano i brevi tridenti, becchi contro zanne, si muore a ghiado e a flange.

Laondila s’insinua nella cifra, protetto dagli Arieti.

Destreggia maestro con la spada a man mezza, a suo agio nella mischia di carni.

Ha l’orifiamma nel cintolone, tre colli e un grifo brutto, mira il torrione, ancora uno sforzo ed è gloria al debutto!

Ma il fato non gli arride, la polvere è già esaurita. Il corno del Camerlengo spiana il sentiero alla ferocia.

Arpasto libero!

 

Emerge da sotto le rene l’ordalia dei Grifagni, come un ruggito d’acciai voraci.

«La pietà è donna» tuona Minonte sbandierando Mortuaria, l’arma che mai guerriero ha saputo impugnare eccetto lui.

Rotola l’elmo di un Rodimonte, Nescio è abbattuto.

Laondila si ritira ad elastico, difeso dallo strenuo Ermolao che cade sul ponte in un frollo cruore.

Ossidione verso Ossidione in aperta veste, calanti parate mazzate funeste!

Campagnan polputo intride di linfe il bicciacuto, e ride a crepapancia nella maschera di nerofumo.

Il severo Erfara brandisce una scure ed un subbio, impala e fende con frastuono di nibbio.

Rodimonte mordi la terra, vena le sabbie di Stigi purpurei!

Minonte cerca il generale avverso nel concerto dei dardi.

Si avvicina la fortezza rivale, schiva un’alabarda e leva due fanti dal mazzo in un chiasmo d’acciaio.

Sulla sua lama vige una sorta di preveggenza, che la folla estatica applaude nel diavolio dei tifi.

E’ il turno dei Grifagni, un’idra di barde e ancili.

Laondila para in coperta nella petrosa tempesta della Serrata, ma i pontieri non son lesti a ritrarre le assi e i campioni di Malsepolcro valicano il fossato in subita corsa.

E’ una coreografia di ancili e brandi votati alla strage, «Ancora una volta alla breccia, compagni, ancora una volta!»

La Serrata dei Grifagni insorge a supporto dell’Ossidione, da manforte agli assedianti, fa manbassa di tiratori.

Erfara e Pancagnan, soci in macello, spiccano capi sulle mura basse del castello. Le pietre vecchie si irrigano di fresca selvaggina.

Minonte terribile si attarda, tra colluvie di membra occhi e midolla, Mortuaria accesa di tempera e di sangue.

Si prende il giorno, sospeso tra il fragore dell’Aggancio e il ritardo dei tamburi.

Attende che Laondila consegni la piazza, conscio che un Capitan di Terzo non può salire ai Cieli con una tale onta.

Il duca di Rodimonte si attesta in torre, nuda la spada, tetra la visiera.

Minonte calpesta la scala in rovina, un’ombra cupa, immune ai raggi, di morte cruda.

E’ uno scambio che non sa di quartiere, l’ultimo sangue che annera le rena.

Mortuaria dichina nel petto nemico, lede l’usbergo e il pancirone, cessa le sistoli.

Un urlo immedicabile si perde nel terso e nella polvere, nell’alito avido della platea.

Laondila ruzzola nel bulicame cruento, capitola, s’è spento.

Minonte veste la spada e spiana il vessillo domestico nel muto dei mille e dei suoi, la barba imbevuta di schegge e di pensieri recisi.

Un tiro di laccio, e stride sull’asta il gonfalon selvaggio!

Rullo di trionfo, l’esultanza soffoca il Coliseo di Rosavena.

Il giorno ha brindato col primo sangue, la compieta si ubriacherà di tuscheri ed assenzi.

 

Ma, alleluja, è solo il primo giorno d’Arpasto, sia lode al Principe sommo!

La sabbia, assetata sorella del fango, domani avrà altra vita da sciogliere in ruggine.

I garzoni di Pollocchio pintore battono il campo come gracili corvi, e fanno incetta di macabri umori per le tele del Maestro.

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