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La Secchia Rapita e la Poetica del Menare

AVI D’IGNORANZA!

 

Vorrei cantar quel memorando sdegno
Ch’ infiammò già ne’ fieri petti umani
Un’infelice e vil secchia di legno,
Che tolsero ai Petroni  i Gemignani.

Un modenese col nome di un cedrata si aggira nel ‘600 del Barocco e della Controriforma.

Porta seco il manoscritto del suo poema che, malgrado Gutenberg ossifichi da più di un secolo, la longa manus della Chiesa romana vieta di dare alle stampe.

Bazzica corti, cambia pseudonimi, migra finanche nella Parigi segnata da Rabelais per sfuggire alle maglie della censura.

Quel prode visionario, bisavo della poetica di menare, è Alessandro Tassoni, e quel fascio di carte sono i dodici canti della Secchia Rapita, caposaldo della narrativa eroicomica.

 I social del XVII secolo spartirono la paternità del concept con il cortigiano pistoiese Francesco Bracciolini, autore de “Lo Scherno degli Dei”, a riprova della guerra tra poveri che da sempre infuria nelle nicchie letterarie.

Di certo questi pionieri dell’Ignoranza Eroica avevano ben salde la memoria e il retaggio dei loro insigni precursori: le balde maccheronee di Folengo, il folclore pulcesco, il commediare fluido di Annibal Caro, le salacie dell’Aretino.

Quando si dice “avere un gran culo”

Lo stesso Gargantua, “sorridendo, sbottonò la sua bella braghetta e dimenando la mentula in aria li scompisciò così copiosamente da annegarne duecentosessantamila quattrocento diciotto, senza contare le donne e i bambini” …

Il modus in rebus di Tassoni è rottura, rifiuto, reversibilità, decodifica e riscoperta dei modelli e delle tradizioni.

Non nega, non è un eretico.

La sua formazione è quella dell’erudito tout court, che si diletta di fisica come di morale, adepto accademico del Gradiare Age Musas.

Però all'”ideale” contrappone e riconosce il suo rovescio, il “meschino”, il campanile, il triviale.

La sintesi è l’epopea satirica della Secchia Rapita, il ramo di un affluente deviato dal corso imperituro della retorica e del classicismo che irriga regioni inesplorate ma praticabili della letteratura.

E’ il salotto che si confronta con la taverna, il sublime con il reale, la cavalleria con la cafonaggine, dove ogni eroismo può essere involgarito e ogni burla assumere una dimensione grottescamente epica.

Nessuno trionfa, nessuno è sconfitto.

Come nella guerra tra “quei del Sipa e la città del Potta”, scoppiata per un casus belli fatuo quanto il tradimento di una venere o la distruzione di un dune buggy, il furto di una pentola da pozzo.

Viveano i Modanesi alla Spartana,
Senza muraglia allor nè parapetto;….
Diedesi all’arma; e chi balzò le scale,
Chi corse alla finestra, e chi al pitale;
Chi si mise una scarpa e una pianella,
E chi una gamba sola avea calzata;
Chi si vestì a rovescio la gonnella,
Chi cambiò la camicia coll’amata:
Fu chi prese per targa una padella,
E un secchio in testa in cambio di celata;

In una dedica al cardinal Barberini Tassoni proclama di “esser riuscito a dar vita a un nuovo genere, che consiste nell’arte del far tragico il riso e la tragedia ridicola, mescolando fra molte tragiche azioni leggiadrissime maniere di beffa e di facezia”.

L’eroismo comico della Secchia è un laboratorio sperimentale di stile e di regola, un corto circuito di registri e artifici, uno “scherzo grave o una gravità scherzevole”.

Il tono altisonante di una Liberata o di un Virgilio scivola (e non scade) repentino nella stravaganza, nel canagliume, nel grandguignolesco, nel licenzioso.

E nel Tassoni una cosa non denigra l’altra, lo sconcio va a catechismo dall’aulico, il nobile e il becero incrociano il brando e la ronca e alla fine stappano il Trebbiano.

Non è conflitto, è trasfigurazione, è giocare di ruolo con il paesano e la quotidianità attingendo ai manuali base dell’epos e della leggenda.

Alle vaghezze  del fantasy cavalleresco di un Tasso o un Ariosto la Secchia sostituisce luoghi, situazioni e protagonisti familiari all’autore.

Tassoni rimpiazza il paesaggio “arcadico” e stilizzato dei cantari di gesta e dell’epica rinascimentale con la topografia di un medioevo ruspante, rusticano, condito di inserti dialettali.

Il Panaro è lo Xanto, l’Appennino si fa Parnaso, il Pelide o il Telamonio hanno i colori del conte di Culagna.

Quest’era un cavalier bravo e galante,
Filosofo, poeta e bacchettone;
Ch’era fuor de’ perigli un Sacripante,
Ma ne’ perigli un pezzo di polmone.
Spesso ammazzato avea qualche gigante,
E si scopriva poi ch’era un cappone:

In quanto fondatore di una poetica prepotentemente di Menare, i topos di riferimento per chi scrive o si occupa di Ignoranza rifulgono radiosi nel Tassoni.

E’ un carnevale di araldiche impossibili, di ferramenti dark age quali squarcine, zagaglie, mazzaranghe, trabucchi lanciamuli, una commedia picaresca e poco divina di ciurmatori, schiericati, tagliaricotte, sarcommani, scorticasanti e mazzamarroni!

Senza naso lasciò Cesar Viano,
Fratel del Podestà di Medicina;
E d’un dardo cader fe’, di lontano
Trafitto, un figlio del dottor Guaina.
Indi ammazzò il Barbier di Crespellano,
Che portava la spada alla mancina;

***

Un fanton di statura esterminata,
Nominato Sprangon dalla Palata.
Un celaton di legno in testa avea
Graticciato di ferro, e al fianco appesa
Una spada tedesca; e in man tenea
Imbrandita una ronca bolognesa.

***

Si riscontrò con Sabatin Brunello,
Primo inventor de la salciccia fina;
Che gli tagliò quella testaccia riccia
Con una pestarola da salciccia.

 

C’è la bassa macelleria del Pulp ….

E di nuovo correan per azzuffarsi,
Come due verri d’ira e d’odio ardenti
Corron nella belletta ad affrontarsi
Con dispettosi grifi e torti denti:

 Veggonsi in aria andar teste e cervella,
E nel sangue notar milze e budella.

Pulp ante-litteram

… e il Vietnam e l’Algeria in brodo di cappone:

 Fu condotto Nasidio innanzi al Potta
Che lo fece castrar subitamente
Per ricordanza della fede rotta,
E per esempio alla futura gente:
Ed alla cima del gran naso, a un’otta,
Con un filo d’acciar fatto rovente
Gli fe’ attaccare i testimoni freschi
De’ malsortiti suoi tiri furbeschi

Ci sono le “maschiacce” di Renoppia …

Cento donzelle in abito guerriero,
Col fianco e ’l petto di corazza armato,
E l’aste in mano, e le celate in testa,
Comparvero in succinta e pura vesta.
E parea co’ virili atti e sembianti
Rapir i cori, e spaventar gli amanti.

… e gli ignoranti giocoforza eroi alla Robert Aldrich!

Quivi raccolto avean la feccia e ’l lezzo
D’ogni omicida rio, d’ogni ladrone.
Quel clima par da fiera stella avvezzo
A morire o di forca o di prigione.
Fur cinquecento, usati al caldo, al gielo,
All’inculta foresta, al nudo cielo.

C’è la dissacrazione della morte cavalleresca …

Tutta la testa gli tagliò a traverso;
Balzò un occhio lontan dall’altro un miglio;
Per la cuffia il cervel sen gío disperso,
Stè in sella il tronco, e l’alma andò in esiglio:
E ’l destriero che ’l fren sentia più lasso,
Incognito il portava attorno a spasso.

.… e il sincretismo commovente tra lirico e plebeo!

Oh quante scorze di castagni incisi
D’intorno copriran tutta la terra!
Quanti capi dal busto fian divisi
In così cruda e sanguinosa guerra!
Caronte lasso in trasportar gli uccisi
Ch’a passar Stige scenderan sotterra,
Bestemmierà la maledetta sorte
Che gli diè in guardia il passo della morte.

 

L’ha fatto lui, potete farlo anche voi.

In ognuno di noi c’è un Tassoni e un William Wallace, un Belli ed un Bud!

Da petroniano e coscritto (tra Savena e Reno Baccarin da Sensocondo è mio signore, che delle pappardelle fu inventore), non posso che esortarvi a difendere la Secchia dell’Ignoranza contro “gli aguzzin di Rodomonte e gli Stronzi d’Orlando”, ad “avvelenare i ferri alle saette con agli porri e cipollette”!

Ultima ma non ultima la mezza spada di Ignoranza Eroica invoca a questa disperata guerra gli alleati del collettivo Nerdheim, che nei loro personaggi di Malagigi e Roncardo fanno rivivere la poetica eroicomica di menare in quello che io definisco lo Sword& Socmel!

Meditate, fantasysti meditate ….

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