SIMPOSIO SUL FANTASTICO CON EDOARDO RIALTI

Edoardo Rialti.

Docente di Letteratura comparata in Italia e oltreoceano, biografo di Tolkien, Chesterton e Lewis, traduttore del Fantastico per Mondadori e Lindau, saggista, recensore e articolista per il Foglio e L’Indiscreto.

Conversare di literary fiction e di Meraviglioso con te equivale a disquisire di vino nero con un bettoliere di Zamora, o cavalcare nella Guerra dei Trent’Anni al trotto di un veterano della Falange di Arnhem. Ripartendo dal tuo illuminante approfondimento “Dove sta andando il Fantasy (e noi con lui)” di due anni scoccati fa, rompici il ghiaccio e regalaci una definizione di Fantasy che nessuno ha mai dato finora.

Grazie davvero a te-voi, per la gentilezza e l’amicizia. Siete troppo buoni e generosi. Non ho la presunzione di dire qualcosa di nuovo, il compito di un critico che si interroga su delle modalità narrative è far cogliere, per quanto possibile, come determinate voci e insorgenze siano legate a un flusso di vita molto più antico.
Ho una formazione letteraria, e mi sono sempre occupato di letteratura fantastica perché mi sono sempre occupato di letteratura, che sia essa italiana, europea e mondiale.

La definizione quindi che vi do non è mia. Visto che io non posso darvene una eccellente la trafugo da un’eccellente: Dante Alighieri.

Nel “De volgari eloquentia”, primo grande trattato fondativo sulla letteratura volgare e italiana, Dante fa un elenco dei generi letterari e modalità narrative del suo tempo, e all’interno dei vari generi specifica che sono presenti anche le “Regis Arturi Ambages Pulcerrime”, le meravigliose peregrinazioni di re Artù e dei suoi cavalieri. Quindi, per Dante, c’è già un medioevo del medioevo, e il fantasy è già una modalità narrativa codificata.

Come hai affermato tu stesso il Fantasy è una valigia (più un Bagaglio, parafrasando Pratchett,. Nota dell’Ignorante), dove ai modelli di genere il narratore coniuga il proprio estro e la propria cifra.

In questa accezione può essere inteso come decodifica e rivitalizzazione dei canoni classici, un Buscare il levante per il ponente letterario: Dante e Tolstoj riscoprono Virgilio e Omero, a loro volta Martin reinterpreta Tolkien e Shakespheare e Perez-Reverte restaura Dumas e Cervantes. Borges riscrive le Mille e una Notte.

Ma a dispetto di altri generi più “statici” le frontiere del Fantasy sono fluttuanti per antonomasia, e la linea tra pionieri e archeologi è terreno di discordia. Attualmente si ha l’impressione, semplificando, che il Fantasy si regga su alcune correnti dominanti (correggici se erriamo!), in perenne morra tra loro: i puristi howardcentrici dello Sword&Sorcery e dell’Heroic Fantasy tradizionale, e una fosca, cinica, bastarda e pulpeggiante Terza Via ascrivibile al Grimdark – che ha come imperatore George R. R. Martin – e ai suoi derivati. Il ballo delle parti è palese: i suddetti puristi tacciano il Grimdark di ultraviolenza, turpiloquio, di trascinare nel fango il lettore.

A sua volta il Grimdark, sanguinante come l’ascia di un boia, si siede sul trono riservato agli eredi diretti del genere.

Ahi Abercrombie di quanto mal fu madre…

Entrambi poi guardano in tralice (usando un eufemismo) ai cospicui seguaci del transatlantico Mainstream consacrato da J.K. Rowling e dalla nostrana Licia Troisi – nella cui scia possiamo inserire l’High Fantasy per Young Adult e l’Urban di Shadowhunters e Hunger Games – quasi negando loro il diritto di cittadinanza. É una deriva? Una corsa agli armamenti? É (il)logica di mercato?

Ospita noi nani sulla tua spalla di gigante, e come direbbe lo stregone cinese Eeg-Shen aiutaci a mettere un po’ di ordine in questo caos.

Non vedo alcun motivo di contrasto a priori, credo che la contrapposizione da parte di qualunque “purista” (high o grimdark che si voglia) sia sbagliata e sterile. I libri e gli scrittori, quando sono validi, dialogano sempre tra di loro. Il fantasy “alla” Rowling o di Licia Troisi è molto bello e valido in sé, oltre ad avere numerosi punti di contatto e sovrapposizione con quello di altri autori o sottogeneri del fantasy stesso che troppo superficialmente viene loro contrapposto, e i libri della Collins non sono affatto come quelli della Clare. E un autore fosco come Morgan cita spesso la Rowling stessa. Credo semmai taluni autori contemporanei reagiscano agli elementi piú annacquati che hanno dominato l’high-fantasy dagli anni ’80 all’inizio del nuovo millennio. Quando mi accingo a leggere un fantasy, poco importa se si tratta di un testo “high” o “grimdark” “steampunk” o “gothic”… conta la qualità letteraria, la forza e la credibilità della visione. L’antico detto, temo l’uomo di un libro solo, andrebbe esteso anche a chi erige dei ghetti e degli steccati nei generi stessi.

La terra del fantastico, come tutte le fiabe ammoniscono, è una terra dove è molto facile entrare, e dove è molto difficile uscire. Quando entri ti ritrovi in un paesaggio che cambia continuamente, dunque è complicato fare una mappa del fantasy, per quanto, paradossalmente, quasi ogni fantasy inizi con una mappa! Come notò infatti Patrick Rothfuss, a partire da Lo Hobbit di Tolkien, la mappa è proprio il punto focale che coinvolge il lettore nel viaggio, è un processo metaletterario in cui il lettore si trova ad osservare la stessa mappa che Bilbo utilizza per il suo viaggio. Anche se poi questo aspetto è stato banalizzato, in Tolkien aveva una valenza molto profonda. Vanni Santoni, ad esempio, scrivendo il suo fantasy “Terra Ignota”, ha intelligentemente scelto di non inserire mappe, essendo il suo fantasy appunto crocevia di tanti immaginari fantastici, la cui geografia per così dire si stende passo passo insieme ai personaggi e ai lettori.

Da una parte bisogna stare attenti a dare troppe definizioni. Le definizioni possono essere utili in due sensi, il primo più pratico, il secondo più nobile: o servono per gli scaffali, oppure per un dibattito critico.

Dunque sono costretto a dare una mia zoppicante definizione molto brutale: il fantasy è un sottogenere del fantastico, una narrazione di ambientazione solitamente medievale che comprende la possibilità della magia e delle creature fantastiche. Il “fiabesco e fatato modo di scrivere”, una definizione che risale al pre-romanticismo e sfocia nel romanticismo. Ovviamente a questa si legano altre definizioni.

Ci può essere un fantasy di immersione totale come Il signore degli anelli; un fantasy di irruzione come Narnia; un fantasy che entra nel nostro mondo, come ad esempio Highlander, oppure nel quale si fa avanti e indietro come in Harry Potter.
A questo bisogna affiancare il fatto che i generi letterari sono delle finestre con cui ci si affaccia sul mondo, ma a loro volta, è molto difficile che ci sia un’unica finestra da cui un autore si interroga sul suo modo di raccontare il suo mondo immaginario. C’è sempre maggiore contaminazione tra generi narrativi. Il Grimdark, ad esempio, non è solo un fantasy che diventa brutto sporco e cattivo, perché, in realtà, il fantasy è sempre stato, in determinate modalità, brutto sporco e cattivo. Negli stessi anni di Tolkien c’era Paul Anderson che scriveva La Spada Spezzata, e poco dopo arriverà Moorcock con Stormbringer, a sua volta un fantasy antitolkeniano. Molti dei fantasy più brutali riprendono le tragedie norrene. In realtà, il cosiddetto Grimdark è semmai il desiderio del fantasy di fondersi con altri generi narrativi. Con il noir, con il western. Lo stesso Abercrombie ha definito la sua trilogia della Prima Legge una fusione tra Il Signore degli Anelli e LA Confidential.

Il fantasy dunque è stato sempre un genere molto duttile, nonostante abbia sofferto, più in campo editoriale che altro, di riproduzioni ossessive di matrice sbiadatamente tolkeniana, con la speranza di replicarne il successo, di ottenere lo stesso quadro riproponendo meramente la cornice o l’impiego di certe scene.

Le definizioni servono anche e soprattutto da un punto di vista storico, per cercare di collocare le cose nel loro contesto. L’importante è l’intensità della visione dell’autore, la sua originalità, la sua freschezza, la sua capacità di essere nuovo e al tempo stesso in dialogo con quello che l’ha preceduto, nel genere stesso e in altre modalità narrative.

Nella vita, come nell’arte, tu parli di Maestri e di Padri: i primi si limitano a forgiare epigoni, i secondi esistono per educare figli e discepoli capaci di superarli. Scegli la Delorian di Doc o l’ippogrifo di Astolfo per spostarti a tuo piacere nei mondi e nei tempi del fantastico, e da Luciano a Martin passando per Folengo indicaci chi per te è Padre e chi invece Maestro.

Restando nell’epica e nel fantasy, quelli che sono parte integrante delle coordinate con cui guardo il mondo restano Tolkien e Omero. Ma anche Lewis, tanto come narratore (A viso scoperto, Perelandra…) quanto come saggista e critico letterario (L’immagine scartata, L’allegoria dell’amore). Basti pensare alla sua recensione de Il Signore degli Anelli. Ma anche Mary Renault, scrittrice di romanzi ambientati nella Grecia mitica e storica.

Più recenti, Mervyn Peake, Joe Abercrombie e Richard K. Morgan, tutti autori a cui devo moltissimo. Senza dimenticare il Tasso.

In un altro ambito, la saggistica, sicuramente Cristina Campo, che sul fiaba e fantastico ha scritto alcune delle pagine piú importanti e profonde del nostro tempo.

Certo, ammiro molto Michael Moorcock, però l’ho scoperto più tardi.
Ariosto, invece, è certamente un pilastro ma non un padre del mio immaginario. Lo strazio tragico di Tasso, per quel che mi riguarda, risulta assolutamente più vicino, più prossimo.

Stringiamo l’ingrandimento e giochiamo con le vocali: il Fantasi, in Italia, affonda le sue radici in un substrato di insigni predecessori, dalla stanza di Nastagio degli Onesti agli straccioni di Annibal Caro.

Il poema cavalleresco di Tasso e Ariosto ridà linfa al ciclo arturiano e ai tòpoi omerici anticipando di mezzo millennio il concetto di Weird (tu stesso ricordi che i nerd di mezzo mondo dovrebbero recarsi in pellegrinaggio sulla tomba dell’estense!), la tradizione eroicomica di Tassoni e Pulci ne è la controparte disincantata e picaresca.

Il XIX e XX secolo sforna esempi eccezionali come il Re Orso di Boito (a mio giudizio un Grimdark crudo e finito!), la parabola di Calvino, di Buzzati e di autori purtroppo dimenticati come Ercole Morselli.

Dopo una lunga (e colpevole) fase di supremazia anglosassone, la proposta patria è oggi in incoraggiante ascesa: i Cavalieri del Nord di Strukul, l’epos mercenario e brancaleonesco del YA di Roberto Recchioni, la Magdeburg del bardo dell’apocalisse Sergio Altieri, lo steampunk di Tonani, il New Italian Epic di Evangelisti e del collettivo Wu Ming, la saga di Terra Ignota di Vanni Santoni, che si conclude con l’Impero del Sogno. Alla luce dei progressi e delle tendenze nel settore, si potrebbe auspicare che “c’è un grande passato nel nostro futuro”?

Agli autori che nomini aggiungerei certamente Francesca Matteoni, Licia Troisi, Giovanni De Feo.

Il fantastico costituisce uno dei grandi tratti della nostra storia letteraria. Detta in maniera brutale, per due secoli il fantastico europeo è stato un fantastico italiano.
Il mondo arturiano veniva definito “Materia di Bretagna”, il che talvolta è addirittura sembrata una definizione onnicomprensiva del genere stesso. Si può avere l’impressione erronea che il fantasy, se non è materia di Bretagna, non funzioni. Invece non è così e non è stato così. La tradizione letteraria italiana ha consegnato all’Europa e al mondo una stagione narrativa matura per stile, potenza e immaginazione. Poi l’Italia ha avuto un rapporto diverso, rispetto a Inghilterra e Germania, con la sua tradizione letteraria legata all’immaginario, che però non è mai morta del tutto. Con Calvino, Celati e altri, nel dopoguerra l’epica fiabesca è sembrata forse l’unica vera modalità con cui raccontare tante questioni decisive. E ciò si è progressivamente ampliato nelle generazioni successive. Il fantastico (su cui si sono recentemente interrogate la rivista Not e un incontro tenutosi a Firenze Rivista e pubblicato sull’Indiscreto) e il fantasy presenti nella letteratura italiana contemporanea sono due tra le modalità narrative privilegiate per investigare e raccontare la realtà, e costituiscono al contempo la ripresa di una dinamica molto antica della nostra tradizione letteraria.

Tu sovente ci ricordi l’importanza degli archetipi tolkeniani (la Quest, la compagnia di avventurieri, il conflitto Bene-Male) rispettati in somma parte della produzione successiva, da Dragonlance a la Torre Nera, così come i cultori dello Sword&Sorcery eternano l’imprescindibilità dall’elemento magico-sovrannaturale, il sense of wonder, il mito “robusto” dell’Eroe.

Talvolta però gli archetipi rischiano di degenerare in stereotipi, e appesantire un genere più di un’armatura da giostra. L’acciaio di Conan non è ne può essere lo stesso di Baiardo, quello di John Snow ha a sua volta un’altra tempera.

Più nuovo è il carme, più che lo sente applaude” cantava Omero, Re Theoden parla di lingua fedele e cuore ribelle, Alan Moore, nella graphic novel Watchmen, riscrive i cardini del supereroismo, Borges eleva il fantastico a erudizione. Come (e se) un narratore fantasy può raggiungere l’ardita e necessaria alchimia tra regola e innovazione?

Non ne ho la più pallida idea.

È la grande domanda di tutta la letteratura, in fondo. Come diceva Borges, forse raccontiamo sempre le solite 3/4 storie: la città assediata, gli amanti divisi, il ritorno a casa, il Dio che muore e risorge. Poi altri autori hanno aggiunto altre carte al mazzo dei tarocchi.

È vero che ci sono degli assetti, e che questi assetti sono rintracciabili. All’interno degli stessi generi ci sono dei pilastri immaginativi che è più facile che ricorrano e ai quali è anche facile delegare tanto.

Sta all’autore riprendere quello che viene dal passato e renderlo credibile, contemporaneo, riproponendolo con una forza nuova e antica. Questa, ad esempio, è una delle grandi vittorie di Tolkien con gli elfi.

Dall’altra parte conta altrettanto la capacità dei singoli autori nell’aggiungere qualcosa, due esempi: ancora Tolkien riprende l’archetipo del mago consigliere, del re in esilio, la battaglia contro un talismano stregato, ma tutto questo che è già potente e straordinario in sé lui lo trasforma, gli fa fare un salto quantico, perché aggiunge una cosa inimmaginabile prima: gli Hobbit. Paradossalmente, proprio con questa commistione di alto e basso, tragico e comico, Tolkien attua un’operazione letteraria straordinaria. Lo stesso Martin, che riprende da Moorcock, Tolkien, Gemmel, Ursula Le Guin, Lovecraft e tanti altri, compoie un’operazione simile e dissimile, e inserisce il nano Tyrion in un mondo di nobili lord, di condottieri di regine in esilio, di draghi che si risvegliano. E il nano Tyiron non è Gimli, è un nano “umano”, un deforme, con una sofferenza fisica, che si trova all’interno di questo mondo spietato. Con gli Hobbit Tokien aveva raccontato una “gente piccola” che però era una razza in sé gradevole e compiuta, invece Martin ha la forza, l’audacia di raccontare che cosa vuol dire essere il figlio di una grande casata e al tempo stesso essere considerato un mostro, uno sgorbio,uno scarto, un “folletto” che però folletto non è.

Questa commistione di antiche verità rinnovate e aggiunte imprevedibili è a mio giudizio la prova della grande arte da sempre e in qualunque modalità espressiva.

Per noi beceri di Ignoranza Eroica è obsoleto distinguere tra eroe e antieroe: i nostri personaggi sono buzzurri del bizzarro, riassuntivi delle tre dimensioni di bello-brutto-cattivo. Il nostro eroe di meNare è un sistema a tutto tondo di sudori, ombre e luci: ha l’etica coriacea di un Dago o un Alatriste, è letale come il Puritano o Clint Eastwood, rivaleggia in cinismo con Rorschach o Wulfgar.

E il tuo, o la tua, quali volti e quante anime dovrebbe avere?

Ho sempre avuto predilezione per i cattivi, per i malvagi: i grandi artisti sono sempre consapevoli che noi sbirciamo il mondo avendo già deciso qual è o dovrebbe essere la narrazione vera e giusta della storia del mondo. Tuttavia nessuno è il mostro della propria storia, come disse Abercrombie. I malvagi, anche nelle grandi narrative, mi hanno sempre colpito, perché, come diceva Manzoni di Napoleone, c’è in loro la forza attrattiva di un grande disegno antitetico, come un rovescio, nel quale si nasconde dedizione, coraggio, audacia, la capacità carismatica di raggruppare delle persone intorno a loro. Sogni d’amore, di sfida, di dedizione. Tanta solitudine, tanta incomprensione, tanta bellezza, tanta seduzione. Dunque amo molto le storie che ribaltano le prospettive. Più una questione del come che del cosa, come diceva Abercrombie, tu puoi avere una trama avvincente, ma sei hai dei personaggi poco convincenti, il libro sarà mediocre. Al contrario, se tu hai un grande personaggio, puoi ambientare la storia anche in una galera con il protagonista che guarda una parete, la parete, vista dagli occhi di quel personaggio, diventerà altrettanto interessante.

Il simposio con Edoardo Rialti, aedo moderno, si spegne nell’ultimo raggio dell’estate. La nostra speranza è di aver detto amici nell’idioma corretto, la nostra certezza è che i Grandi, quelli veri, sono sempre umili.

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