Polpo e Patate (e Cicale) alla Giapponese – Sapori d’ignoranza nel Kyōgen, teatro comico tradizionale giapponese

 

il kyōgen fa male

di Luca Moretti

Mi hanno chiesto se nel kyōgen ci fossero situazioni ignoranteroiche. L’immaginario giapponese classico abbonda di queste situazioni (come abbiamo potuto leggere nell’articolo sull’ukiyo-e) e su questo mio intervento vorrei esagerare: non mi sto solo addentrando in un mondo anti-meinstrim, come il teatro comico tradizionale, ma mi spingerò oltre, analizzando dei copioni rarissimi che in un certo senso hanno a che fare con la cul-in-aria estrema.

Partendo con ordine: il kyōgen è la forma di teatro comico tradizionale giapponese che, in barba a tutte le mode passeggere, fa cosa gli pare e si tramanda inalterata da 600 anni, constando di brevi farse messe in scena da due, tre attori, che esaltano i vizi e i difetti degli uomini, muovendosi tra il tragicomico e il grottesco. La vita, insomma. Per secoli subordinato al teatro drammatico, il nō, quello delle maschere sublimi, delle danze sublimi, dei canti sublimi (e ‘sticazzi sublimi no?). Dal secondo dopoguerra, con il “boom del kyōgen”, iniziano le “produzioni proprie”, le tournée estere e l’indipendenza artistica, di nuovo in barba ai canoni. Ad ogni modo, dovete pur sempre tenere a mente che stiamo parlando di una forma di teatro alla quale anche i giapponesi assistono raramente. Anche se è strafica. Lo sapete come va il mondo.

Italo Kyogen Project – Di Code e Canini

In Italia è nato da poco il progetto teatrale Italo Kyogen, che mira alla divulgazione del kyōgen classico e alla creazione di un nuovo paradigma nel panorama teatrale italiano, fondendo le strutture tradizionali della farsa giapponese e i loro copioni con testi moderni in italiano creati ad hoc  per far vivere al nostro pubblico un’esperienza quanto più immersiva nel teatro comico giapponese tradizionale.

Nel kyōgen, abbondano servi furboni, padroni beoti, monaci viziosi, preti arroganti, donne con gli attributi, tutta una panoplia di esseri sovrannaturali ma, cosa che interessa maggiormente su questi lidi, finisce sempre a schiaffoni, berci, accidenti e grottescherie varie.

In questi anni, divulgando, mi sono imbattuto in una serie di kyōgen all’apparenza molto eleganti ma che nascondono un cuore che gronda tanta ignoranza quanto le ascelle di Conan il Barbaro. Sto parlando dei Mai-Kyōgen (i kyōgen-danza), delle farse che vengono messe in scena raramente e che ruotano intorno alla danza finale dell’attore principale. Come ho accennato prima, il teatro drammatico, il , quello sublime, è basato principalmente sul canto-danza e affronta temi sovrannaturali, con spiriti che tornano e raccontano (ballando e danzando) le loro storie, prima del loro ultimo paradisiaco viaggio. Spettri di eroi leggendari ma anche di raffinati elementi della natura (l’iris, il ciliegio, il pino). I Mai-kyōgen sono in tutto e per tutto delle piccole copie dei sublimi spettacoli del nō o, per essere precisi, una vera e propria satira spietata. Perché ok essere subordinato, ma non troppo, altrimenti ci arrabbiamo!

Come nel , abbiamo un monaco errante che si imbatte in un tempio o un monumento commemorativo di uno spirito e, dopo essersi fermato a rendere omaggio a questa anima, riceve la visita dello spettro stesso che gli racconta la sua storia per poi involarsi e raggiungere la pace ultraterrena. In Tokoro, ad esempio, il monaco riceve la visita dello spirito di una patata di montagna, un tubero così grande da sfamare tutto il villaggio, tanto grosso da avere un’anima… divenuta così vendicativa da richiedere la costruzione di uno stupa (no, non è un modo di dire carino per lo scherzo “Eh? STUPA” chi lo fa si picchia) per placare la sua ira. Dopo aver pregato allo stupa, il monaco incontra lo “spirito di patata” che gli spiega perché gli fossero girate così tanto. Sulla falsa riga degli elenchi dei dolori terreni, la patata ci tiene a farci conoscere tutte le pene che ha dovuto soffrire: dissotterrata, bollita a morte, pelata a coltellate, schiacciata e mangiata, con dovizia di particolari.

Lo spettacolo è ovviamente ironico ma, al pari di un fantozziano, in grado di angosciarci nel caso decidessimo di assistere col cervello acceso, al punto di farci tirare un sospiro di sollievo quando la patata riesce a salvarsi dall’inferno solo grazie all’ultimo boccone mangiato da un sant’uomo, che ingurgitandola la toglie dal patire.

L’illuminazione del polpo

Sorte analoga in Tako, dove questa volta il polpo ci descrive come abbia subito i tormenti della cattura, del raschiamento con carta abrasiva grossa, dello scotennamento, del taglio fino fino, dell’essiccamento e della salatura, perché non aveva già sofferto abbastanza. Uno strazio che solo un monaco può redimere salvando così l’anima del tapino da ulteriori rompimenti di balle all’inferno.

Rarissima raffigurazione del kyōgen Tako

Nel kyōgen-danza di Semi, una cicala è braccata, smembrata e distrutta da famelici corvi e costretta a vivere in un inferno per cicale:

“Come una volta usavo fare nel mondo dei vivi,

Mi crogiolavo al sole sulla cima degli alberi, ma ora

I loro rami sono diventati spade

Che strappano le mie carni.

Volo nell’aria, ma feroci ragni

Neri di montagna hanno disteso le loro reti,

Per ogni dove,

E sono intrappolato in una rete di mille corde –

Che mi avvolge intorno e intorno,

Intorno e intorno e intorno.

E, quando cala il sole,

Divento la cena di un gufo cornuto – oh, che miseria!”

Altro che la cicala e la formica. Il tutto si risolve con la cicala che indossa i panni di un monaco novizio, si rasa il capo (!?!), e redime la sua anima (questo ed altro per un insetto che riesce a farsi i capelli che non ha).

Di seguito un video dove non succede niente di tutto questo ma almeno lo si “canta/danza” (che diamine)

Vi basta come ignoranza nippo-teatrale?

Bene, così la prossima volta vi racconto dell’anacoreta di montagna che incontra la volpe e il vampiro e no, non è una barzelletta… Forse!

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