Lethal records: un racconto, un morto

di Luca Mazza

Parlami del racconto che ti ha cambiato le prospettive.

Il mio insegnante di lettere non avrebbe mai assegnato un tema del genere.

Era un latinista, trappista, fondista che citava sconsolato il Rari Nantes di Virgilio nel contemplare la classe semideserta durante un compito.

E  quand’anche l’avesse fatto me ne sarei sgattaiolato in palestra a fare due tiri (a canestro!), per rientrare alla chetichella e scarabocchiare il margine sinistro del protocollo con un’improvvisazione di garzanterie.

Ma allora non conoscevo la gravità della ghisa e il segreto dell’Ignoranza.

Soprattutto non conoscevo Joe R. Lansdale.

 

A presentarmelo provvide, negli anni accademici, Book of the Dead -Il Libro dei Morti Viventi-, un poutpourri di “zombi novel” che annoverava sacerdoti del fantastico quali Ramsey Campbell e King.

La tredicesima casella, alla faccia della scaramanzia, la occupava un titolo quantomeno grottesco: On the far side of the Cadillac Desert with dead folks – Nel Deserto delle Cadillac con i morti-.

Fu allora che venni folgorato sulla via di Nacogdoches

Per anni ho cullato l’idea di trapiantarmi nel Texas orientale, come Nando Moriconi vagheggiava Kansas City, con la speranza che la brezza di quelle parti potesse insufflarmi in qualche modo il genio obliquo di Lansdale.

Penso di aver divorato quasi tutta la sua opera romanzesca e antologica, da quel giorno, a partire dalla raccolta che includeva il racconto incriminato, Maneggiare con cura, edita da Fanucci Dark, tradotta suggestivamente da un filibustiere quale Umberto Rossi.

Scoprii come i creduli predatori di Willi l’Orbo un forziere di tesori orrendi e inestimabili, giardinieri nani che soffiano le famiglie a gretti homines medi, fari assediati da rose mannare, Godzilla in riabilitazione, la rielaborazione e del concetto stesso di noia.

Ma Nel Deserto delle Cadillac sopravvive, insuperabile e ineguagliabile, nelle montagne russe del mio immaginario.

 

Fin dalla dedica è uno schiaffo a tutto ciò che credevo categorico in narrativa.

“A David Schow, una storia con i Cattivi e i Cattivi”.

(Per la cronaca, ho cercato chi è ‘sto Schow, ed è un regista specialista del trash horror con all’attivo i seguiti di Nightmare, Critters e Texas Chainsaw Massacre, tanto per intenderci …)

 

I personaggi del racconto sembrano ritagliati da storie di cui vorrei l’enciclopedia e incollati con vinavil tossici a un delirante scenario countrypunk.

Un Texas “altro”, di deserti costellati dai relitti di una fantomatica guerra tra Cadillac e Chevrolet, Law Town dove i criminali sono squartati da trattori nel corso di sagre clownesche, di Disneyland degenerate (o promosse) a succursali dell’Apocalisse …

E per non farmi mancare niente, J.R. fa arrancare i defunti, decenni prima dell’omonimo fumetto e serial, con ben marchiata la lectio splatter di Romero, Fulci e Joe D’amato in visioni color bile.

 

A causa di “una robaccia fuoriuscita da un laboratorio a nord dello Stato” gli zombi di Lansdale mordono più forte, imputridiscono più schifosamente, e come le torte in faccia tirate dai desperados anch’essi franano nel demenziale, indossando perfino le orecchie rotonde di Mickey Mouse nell’intonare salmi battisti!

 

In un olocausto dove le autoradio gracchiano “La mia pupa m’ha lasciato / per una mucca con sei tette” e i mariti vendono le tette morte delle mogli ai Macellai per farci pochi spicci e una birra, i due protagonisti si trovano a uccidere per campare.

Chi per diletto, chi per le taglie.

Wayne e Calhoun, nomi propri di un western trasfigurato, uno bounty hunter disilluso, l’altro fuorilegge con l’istinto e la coscienza di un Gila.

Sono Hap e Leonard in versione infernale.

Si spostano su riproduzioni di Impala del  ’57 o del ’62 con corna plastificate sul cofano ma usano armi vere:  scannavacche, fucili a pompa, Derringer, Bowie knife, bisturi e parolacce da manuale.

 

La novella entra a piombo nel vivo come un’antirabbica a tradimento, e dopo se stessi Wayne e Calhoun  si trovano ad affrontare la follia dei vivi e dei morti, indecisi fino all’ultimo su quale sia la peggiore.

Lansdale è un pastore di lati oscuri e cattive maniere, la sua forza è il variare delle atmosfere, il non dare mai al lettore quello che si aspetta.

E’ un’esperienza sconcertante, efferata, spassosa.

Il suo genere è l’assenza di generi e il loro baccanale, weird e picchiaduro, spaventa e fa scompisciare, il sense of wonder si alterna al sense of creepy.

Ma l’elemento che mi ha circuito nel Deserto delle Cadillac  sono le storie nelle storie, le pennellate acide di rimandi e allusioni capaci di ispirare infiniti altri racconti, risucchiarti in dimensioni e spiragli imprevedibili.

Come lo sfasciacarrozze di Pop, che portava il piccolo Wayne a “sparare ai brutti, deformi animali mutanti che nuotavano nel Golfo” e talvolta “in Oklahoma per le Retate dei Morti”.

O gli “scuolabus trasformati per via degli scontri razziali e dei vitelli mutanti, e a causa dei Bacucchi” e l’ordine missionario di “Gesù amava Maria” dove “i morti lavorano nel luna park” e per il clero c’è “un sacco di fregna gratis”!

 

J.R. padroneggia l’arte del racconto, lo fa come se fosse “l’ultima volta che gli sia concesso di tenere la penna in mano”, e il portato sono caratterizzazioni immortali di panorami e soggetti.

Sentite come materializza Jesus Land, in veduta aerea dal finestrino:

“Sotto di loro si stendeva un universo di metallo lustro e neon ricurvo. Al centro della valle c’era una grande statua di Gesù crocefisso che doveva essere alta almeno venticinque piani. C’era una corona di filo spinato ritorta diverse volte attorno a una placca cromata che faceva da fronte, e ciuffi di capelli al neon color ruggine. Gli occhi del Redentore erano grandi luci stroboscopiche verdi che rotavano da sinistra a destra con la precisione di un ventilatore Sul volto c’era un sorriso che si apriva da un orecchio all’altro e i denti erano lastre di metallo scintillante separate da ampi spazi neri simili a carie. La statua era provvista di un massiccio cazzo fatto di cavi lucidati e intrecciati e di spire di neon; il cazzo era più spesso e aveva un’aria più solida delle artritiche gambe di tubi d’acciaio poste su entrambi i lati; la cappella era costituita da un’enorme fare che pulsava con i colori dell’irritazione”.

 

Segnante, in tutti i sensi!

Le descrizioni al vetriolo si sprecano, come quella di Fratello Lazzaro, nemesi di ogni scellerato, un mad scientist in deliro mistico che batte il deserto con il radar a caccia di viandanti da vivisezionare.

 

Non era un morto.  Era solo grasso e brutto. Era alto probabilmente un metro e mezzo e pelato, tranne per una frangia di capelli attorno alla zucca lustra, del colore di un anello di merda in un water. Aveva un naso tanto lungo e scuro, e dall’aspetto tanto maligno, che sembrava gli dovesse cadere dalla faccia da un momento all’altro, come una banana troppo matura … Dal ciccione esalava un odore che stava tra la puzza di sudore stantio, uno scroto non lavato e un buco del culo pulito male

Edificante, quanto le battute del logorroico Calhoun, secche come pugni al diaframma.

Non è un bel colore?Avevo una camicia di quel colore, una volta, e cazzo se mi piaceva, ma ho fatto a botte con una troia messicana che aveva una gamba di legno e  quella me l’ha strappata. Però l’ho pestata per bene, quella piccola delinquente mangia fagioli

e

“Questo posto mi ricorda di un motel di Waco dove sono stato una notte, e quella volta mi sono fatto ridare i soldi dal direttore di quell’albergo del cazzo. Gli scarafaggi in quel buco di culo erano talmente grossi che potevano usare la doccia

 

In quanto a incisività, il melanconico Wayne non è da meno.

«Ce ne andiamo» disse «La suora, sorella Worth, ci aiuterà»

«E lei che ci guadagna?»

«Odia questo posto e vuole il mio uccello. Ma la cosa principale è che odia questo posto»

 

Nel Cowboys & Carcasse di J.R. non mancano le scene di eroismo adrenalinico:

“Se doveva crepare lì voleva andarsene come Wild Bill Hikok. Una sputafuoco per mano e una donna da proteggere”.

 

La dissacrazione della morte è un’altra freccia nella sua faretra di pelletteria umana:

Il cervello schizzò via dalla nuca a cavallo di un pezzo di cranio. Cervello e ossa sbatterono sul tavolo e poi finirono sul pavimento, scivolando via come un piatto di uova strapazzate per tutta la lunghezza di un bancone del bar”

e

 “La suora restò agganciata per un po’ con l’incavo del gomito, poi il braccio si raddrizzò e scivolò all’esterno. L’autobus le passò sopra e lei esplose, rossa e succosa alle estremità come un cannolo schiacciato. «Che spreco di fica» disse Calhoun”.

 

Ho idolatrato questo racconto perché amo la vis comica di Lansdale, il suo maneggiar gli stili in una maniera talmente outré da trascendere lo scandalo, il suo cocktail di Mccarthy e Carpenter, di Bierce e Roger Corman, di biblico e di mockumentary, e mi ha dato da pensare che non è la Morte a essere carogna ma l’impossibilità di farle una controfferta …

 

 Nel Deserto delle Cadillac con i morti fa lo scalpo alla decenza e alle convenzioni, ne sbatte ossi e lacerti sulla brace del dark-verismo e ce ne fa inalare gli effluvi come una capanna sudatoria o le rane lunari di Luciano, saettandoci in mondi di scheletri, visceri, polvere e redenzione.

 

«Quando uno diventa sensibile con donne e bambini, è ora che lasci perdere»

Se rientrate in questa categoria vi sconsiglio di leggerlo. Oppure fatelo, sai che cazzo me ne importa?

Ma non lagnatevi che non vi ho avvertito.

 

 

 

 

1 commento
  1. giorgia popeschich
    giorgia popeschich dice:

    Ciao Luca! Lansdale non poteva mancare. Inutile dirti che li ho letti tutti a cominciare da “Nella palude” che scoprii per caso nella collana Gialli Mondadori ( che all’epoca menava). I miei preferiti sono la serie del “Drive in” ma naturalmente Lansdale è bello sempre. “Nel deserto delle cadillac” mi manca e questo mi duole..

    Rispondi

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