Lethal records: un racconto, un morto – L’Orrore di Dunwich

Illustrazione di John L. Cherevka

di Fabio Andruccioli

 

Il racconto che mi ha cambiato le prospettive?

Non è una domanda dalla facile risposta. Ma forse un momento di passaggio vero ce l’ho.

Doveva essere il 2004, tipo quinta superiore. Tipo crisi depressiva perché si sta per diventare grandi e la vita fa schifo. Avevo già letto svariate volte Il Signore degli Anelli e il Silmarillion e svaligiato più volte i classici in biblioteca. Leggevo Palahniuk perché era nichilista e poco altro. Di Lovecraft avevo sentito parlare. Avevo tirato qualche volta i dadi a “Il Richiamo di Cthulhu” (il gioco di ruolo, ovviamente), quindi sapevo quello che un normale ragazzino poteva sapere negli anni in cui internet girava ancora pagando lo scatto al minuto.

Tagliando corto, entro in una libreria e butto via preziosi euro per rischiare tutto. Il titolo del libro è “La casa stregata (e altri racconti)”.

Nella raccolta ci sono l’omonimo racconto “La casa stregata”, “L’Orrore di Dunwich” e “L’orrore a Red Hook”. Il primo racconto scorre, ma non mi colpisce. Al terzo avevo già ricevuto l’illuminazione, quindi ho dovuto rileggerlo due volte perché traumatizzato. Il secondo è quello che mi ha sconvolto. Comincia così:

Quando un viaggiatore, nel Massachusetts del centro-nord, prende la strada sbagliata al bivio del Picco di Aylesbury, subito dopo Dean’s Corner, entra in un territorio solitario e curioso. Il terreno sale, e i muretti in pietra bordati di rovi si stringono sempre più addosso ai solchi della strada polverosa e tutta curve. Gli alberi delle numerose strisce di bosco sembrano troppo grossi, e le erbacce e i cespugli crescono lussureggianti, come è raro che capiti nelle regioni abitate. Nello stesso tempo, i campi coltivati appaiono stranamente pochi e sterili, mentre le case sparpagliate qua e là hanno un’aria di antichità, squallore e sfacelo, sorprendentemente uniforme.

Ora, non voglio dire che “L’Orrore di Dunwich” è il miglior scritto di HPL (non lo è), né che esso non sia permeato dal solito velato razzismo per i poveri contadini del New England (che sono ovviamente rozzi, sporchi e degenerati da anni di accoppiamenti tra familiari… purezza della razza inside?) e che non si legga una spocchia clamorosa nel personaggio/alter ego di Lovecraft che è il dottore Henry Armitage. Poi, dai, le critiche sono sempre quelle e dopo cent’anni hanno rotto il cazzo (vogliamo parlare del narratore esterno onniscente qui, in questo covo di Ignoranti?).

Quello che il racconto accende nella mente dell’adolescente che ero è, finalmente, un salto dagli orrori gotici ottocenteschi (ai tempo non esistevano gli “emo”, ma il termine rende l’idea) di cui mi ero nutrito fino a quel momento, la scoperta di un genere (che poi ho capito chiamarsi weird) che andava oltre l’horror che girava nelle bancarelle della Festa de l’Unità. E poi il protagonista, il “buon” Wilbur Whateley è un reietto, cresciuto dal nonno a pane e Necronomicon. Tutti lo guardano, tutti lo giudicano, perché diverso. Viene quasi da empatizzare con il “cattivo” mentre nelle casse gira Killing in the name dei RATM. Nel racconto facciamo conoscenza dei terrori cosmici abissali non-euclidei. C’è la cricca di professori che entra in azione per sconfiggere il bestio malefico ovviamente già sapendo cosa fare. La già citata comunità chiusa e ripugnante, la sensazione che, alla fine, Yog-Sothoth è la porta e la chiave della porta, e voi non siete un cazzo.

Certo, con il tempo ho imparato ad amare altri racconti di Lovecraft, a leggermi saggi e ad approfondire le tematiche dei suoi scritti, ma questo è stato il racconto che mi ha fatto dire “i migliori denari non spesi in birra della mia vita”. Poi è arrivato Howard e compagnia cantante da rivista pulp, ma questa è un’altra storia.

 

 

2 commenti
  1. giorgia
    giorgia dice:

    Un incipit come quello e’ davvero l’inizio di un mondo nuovo per un appassionato di horror. Alla muffa i castelli, gli elfi svenevoli e i cavalieri senza macchia
    Oppure no? Un bel mischione di generi, magari!

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