Lethal records: un racconto, un morto – La Regina delle Nevi

di Simonetta Olivo

Ho sempre odiato i racconti. Finché non ho cominciato a scriverli: solo allora ho compreso la loro perfetta dimensione. Da ragazza li snobbavo. Amavo i romanzi classici, i crepuscolari, Dante, la beat generation: un gran bel miscuglio. Siccome mi piaceva anche Asimov, gli perdonavo di aver scritto dei racconti, e li leggevo, eccezionalmente. Scrivevo poesie e, con l’università, mi ero creata un’immagine di me molto bohèmien. La verità è che mi ero persa nei festini e nella vita notturna come un bambino in un bosco.

Poi sono arrivati l’età adulta, il lavoro, il matrimonio, il mio bambino, e infine anche i quarant’anni. Per qualche motivo proprio in quel momento della mia vita ho deciso di scrivere. Per qualche altro motivo, fantascienza. – Del resto, che scrivere? Mi dicevo – Romanzi intimisti? Puah.

Così mi sono seduta e ho cominciato a scrivere, e basta. E mi è nato un racconto. Il primo. Qualche giorno fa è stato pubblicato. Si chiama Un giorno perfetto. Leggendolo a distanza di due anni, e dopo una palestra di scrittura (quasi) quotidiana, naturalmente mi fa orrore. Lo trovo pieno di ingenuità e mal scritto. La storia però mi piace sempre. Dopo quel racconto ne sono venuti altri, e tanti progetti. La mia vita è cambiata. La mia visione del mondo è cambiata.

Al quesito che Luca Mazza mi ha posto, quale sia il racconto che mi ha cambiato la vita, d’istinto avrei riposto quel mio primo. Poi la domanda mi ha solleticato la mente: in effetti, da dove diavolo è spuntato fuori quel racconto di fantascienza, e tutti i successivi? Le mie letture giovanili di Asimov e di Dick non bastano a giustificare tutto quel mondo fantastico sgorgato fuori e riversato a fiumi, all’improvviso.

Quali scritti sono all’origine di questo mondo interno che ho scoperto dentro la mia testa?

Siccome ritengo di essere in un punto cruciale di quella che Jung chiamerebbe individuazione, che in parole povere vuol dire mettere assieme, integrare tutti i propri “pezzi” e diventare se stessi, mi sono chiesta quale aspetto di me integri tutto questo. L’Ombra? No. L’Animus? No. No, non è questo. Pensa e ripensa, si allarga nella mia mente un’immagine. È un grosso libro rosso. Si intitola Il Tesoro. Apparteneva ai miei nonni. Dentro, tutte le fiabe che mio padre mi leggeva ogni sera, prima che io mi addormentassi. Il Bambino! È il mio Bambino che ho ritrovato.

E a ben pensarci, non sono, le favole, dei racconti fantastici? Lo sono. Ma certo! E sono le prime storie, per me, quelle su cui tutto il mio immaginario si è fondato, tanto più dentro la cornice affettiva di quella vicinanza serale.

Così ho deciso di recensire una di quelle fiabe. Quella che mi aveva colpito di più allora, e che ancora oggi non smette di portarmi nuovi significati. Perché le fiabe sono come i sogni, per ognuno assumono significati simbolici diversi e irripetibili, e al contempo contengono archetipi universali, validi per tutti.

La fiaba di cui voglio raccontarvi si chiama la Regina delle Nevi, scritta nel 1844 da Hans Christian Andersen.

All’inizio, la fiaba descrive due bambini, Gerda e Kay. Il loro mondo è caldo e vibrante. L’amicizia, pura, assoluta, come solo quella dei bambini riesce a essere. Poi lui incontra il Male. Schegge di pura Oscurità, negli occhi e nel cuore, che lo fanno cambiare, in una distorsione che lo allontana. Fino a farlo scomparire: nel Regno della Regina delle Nevi. Lui rincorre la sua Anima, il femminile arcaico e non integrato di se stesso, distruttivo e freddo. Gerda, dall’altra parte, comincia una recherche, che non è solo di Kay, ma della sua parte maschile, dell’Animus, e infatti lo trova, liberatorio, in una serie di incontri nei quali il coraggio e la fermezza degli intenti sono essenziali. Mi colpisce sempre il momento in cui lei incontra “la signora delle ciliegie”, che la ferma in un presente senza ricordi, come spesso accade realmente nella vita. Lei si ferma dimentica ogni cosa, la sua ricerca. Poi all’improvviso, ricorda: Kay! E torna a cercarlo, e a cercare se stessa.

Lascio a chi ne avrà voglia la lettura dell’intera storia.

Mi piace però raccontarvi del disegno sul libro rosso, sul Tesoro: Kay è seduto nel mezzo di un gelido salone, nel palazzo della Regina, concentrato su un’attività assolutamente razionale, la composizione e comprensione della parola ETERNITA’. Ricordo lo sconforto che provavo, da bambina, nel vederlo là, cristallizzato in quella fredda ed eterna solitudine.

Gerda giunge, ma lui non la riconosce. Il suo cuore è ghiacciato. È stata la Regina.

A Gerda basta piangere, perché il cuore di lui torni a vivere.

Questa, però, è una fiaba.

 

E così, ho capito che da questo nasce la mia scrittura.


Simonetta Olivo è nata a Udine, in Italia, nel 1976. Ha cominciato a scrivere all’età di 6 anni, e trascorso l’infanzia e l’adolescenza immersa nella lettura di tutti i classici della letteratura.

Nel periodo universitario ha cominciato ad appassionarsi della letteratura fantascientifica, apprezzando in particolar modo Isaac Asimov e Philip K. Dick.

A 40 anni ha cominciato a scrivere racconti di fantascienza.

Col suo primo racconto, che è stato pubblicato nel maggio 2018 dalla Mondadori nella collana Urania, è stata finalista nella prima edizione del Premio Urania Short e della XI edizione del Premio Robot.

 

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