Lethal records: un racconto, un morto – La doppia faccia degli incubi di Sclavi

di Stefano Spataro

Era estate. Avevo sette anni e un piccolissimo problema con l’avventura. Sì, sin da bambino ero un fanatico di tutto ciò che potesse riguardare imprese eroiche, pirati, inseguimenti automobilistici e fughe mirabolanti, gialli, misteri inestricabili, supereroi. Vivevo in città, ma non appena mi era possibile trovarmi all’aria aperta era subito uno scatenarsi di scenari esotici e trame movimentate ai limiti della realtà.

Era estate, dicevo, e come quasi ogni estate la passavamo nella villa della mia nonna materna, in campagna. Ora, non aspettatevi ettari di terra e spazi illimitati. C’era qualche albero di frutta, molte (troppe) piante di rose che puntualmente ci bucavano il pallone, uno stanzino di un metro quadro pieno di roba lasciata a marcire (e in cui, col senno di poi, probabilmente c’era qualche cadavere). Tutto questo però per un bambino era un labirinto di sensazioni; la scoperta poteva nascondersi dietro ogni angolo, in ogni anfratto poteva giacere un enigma da risolvere.

Poi un giorno mia nonna tornò a casa con un TV Sorrisi & Canzoni, e in quel giorno scoprii l’orrore. No, non sto parlando dell’orrore grottesco che si cela dentro la rivista che tutt’oggi esce in edicola. Parlo dell’orrore vero, quello del genere horror, quello finto e a volte rassicurante.

In allegato alla rivista infatti c’era un fumetto, brevissimo: La cosa, di Tiziano Sclavi e Corrado Roi. Una storia di Dylan Dog.

Ora, c’è da dire che tutto l’immaginario che prendeva forma in quelle mie avventure bambinesche di cui vi ho parlato, proveniva proprio dai “giornalini” di Tex, Topolino, Uomo Ragno che amavo da bambino. Tutti eroi, tutti ganzi, tutti perfetti. Sconfiggevano il loro avversario con astuzia, erano sempre un passo avanti rispetto ai cattivi, anche Spiderman, per quanto sfigato se non indossava la calzamaglia.

E poi ti trovi in mano dodici pagine lisergiche. Con questi disegni onirici dalla visuale deformata. Un tipo che afferma di trasformarsi, durante il sonno, in mostro che spappola teste e che sembra essere il protagonista vero e proprio del fumetto, mentre lui, Dylan Dog, figo è figo, ma per quanto possa agire per fermare il mostro, la sua arma più grande sembra essere l’ironia pungente e le pippe mentali su quello che sta accadendo. Insomma, c’era un che di perfetto.

Certo, da bambino non è che facessi tutte queste riflessioni profonde sul concetto di anti-eroe e robe del genere. Ma mi fu subito chiaro che quello che avevo in mano era qualcosa di diverso dal solito. Così spesi un patrimonio per avere tutti i numeri della collana, e lì le cose si fecero più chiare. Leggevo e rileggevo quegli albetti in bianco e nero, studiando nel vero senso della parola ogni risvolto narrativo, tornando indietro e approfondendo i comportamenti, gli sguardi dei protagonisti.

Volevo fare il fumettaro, da bambino. Ora che ho quasi trentatré anni le aspirazioni sono ancora più o meno quelle.

Nella mia modesta opinione, Tiziano Sclavi è uno degli autori italiani che non ha avuto il successo che si merita. Mi direte, Dylan Dog è ancora oggi una delle testate di punta della più grande casa editrice di fumetti italiana; che cazzo stai dicendo? Infatti non è quello che voglio dire. Di sicuro chi conosce un minimo l’autore, sa che era anche un romanziere e un poeta. E secondo me era anche bravo. Senza dubbio interessante.

Per chi non ha avuto modo di approfondire lo Sclavi romanziere, consiglio innanzitutto Nero. da cui ci hanno tratto un film con Sergio Castellitto che è abbastanza trash da essere fedele alle sfumature grottesche del romanzo. In secondo luogo, per chi ama le escalation di violenza domestica, soprannaturale e senza senso, un’ottima lettura è fornita anche da Apocalisse. E poi, il molto più famoso Dellamorte Dellamore, libro che ha dato inizio al mito Dylan Dog e da cui hanno tratto un film con Rupert Everett (il volto di Dyd, appunto) e Anna Falchi.

Ce ne sono altri, almeno altri due romanzi e un paio di raccolte di poesie, ma fermiamoci a questi. In ognuna delle storie il protagonista è tormentato da qualcosa che non riesce ad afferrare: la paranoia della doppia personalità per il protagonista di Nero., l’ossessione di una vita normale fuori dal rassicurante cimitero in cui lavora per Francesco Dellamorte, la routine assassinata e deformata in una casa che non è quella in cui sei abituato a lavorare di solito per lo scrittore protagonista di Apocalisse.

E chi sono tutti questi se non una sfumatura particolareggiata di Dylan Dog, e probabilmente di Sclavi stesso?

Sclavi è stato un creatore di personalità turbate e conciate per bene dall’esistenza come pochi autori sono riusciti a essere. DDai suoi racconti emergono sempre le due facce del mondo legate tra loro a filo stretto, quella miserabile ed esistenziale che riesce sempre a trasformarsi, alla fine dei conti, in quella morbosamente confortante e positiva, quasi materna. La vita che muore, e la morte che libera da qualsiasi pressione ontologica.

“La ‘cosa’ a volte sognava, impadronendosi dei sogni di uno di quei microscopici parassiti che la infestavano, e dei cui incubi a volte si nutriva… Poi tornava a pensare, nel dormiveglia… A porsi le eterne domande: da dove vengo, dove vado, chi sono? […] Ma erano risposte così insensate, così effimere, così banali…”

 Insomma, se sono cresciuto così, è anche un po’ colpa sua.


BIO: Stefano Spataro (23 settembre 1985) ha una laurea in filosofia, un dottorato in Storia della Scienza e un box pieno di libri e fumetti. Ha diverse pubblicazioni alle spalle, quasi tutte di carattere storico-scientifico. Nel 2015 decide di dedicarsi anche alla scrittura di genere, in particolare fantascientifico. Ha di recente terminato un romanzo (in uscita a gennaio) e pubblicato qualche racconto. Collabora con diverse webzine per le quali realizza recensioni e articoli sulla letteratura di genere. È anche un musicista attivo da quasi dieci anni nel panorama underground italiano, sia con diverse band che in solo.

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