LE INTERVISTE SCOMODE DI IGNORANZA EROICA: NERO CARBONI

di Luca Mazza

Dozza.

Carcere duro.

Sbarre, fuori e dentro.

Clangore di metalli che si aprono, di speranze che si chiudono. Il parlatorio è un sudore di neon. Oltre il vetro torbido, un volto di angoli e ombre. Si rattrappisce, nel tentativo di codificare una memoria, un’emozione. Il tempo gli ha scavato trincee attorno agli occhi e dentro l’anima.

«Perché sono qui?»

«L’intervista, ricordi?»

Si … schegge, voci, luci che si rincorrono in un corridoio senza porte.

 

 «Sono un uomo che ha fatto l’errore di domandarsi fin dove può arrivare, e ha trovato il coraggio di rispondersi. »

È la presa di coscienza che accomuna gli attori delle tue trame: cinici e clinici come un trattato psichiatrico, “banali”e letali come lo scatto di un rasoio. 

Da creatore, li vivi più come eroi o antieroi?

 

Da Demiurgo, li vivo come esseri umani. Li amo senza limitarne pensieri ed errori.

Sta in questo il segreto.

L’essere umano è completo (probabilmente lo è di più quando ama. Mentre si frammenta quando odia. Ma quando odia diventa instabile come gli elettroni di una calamita. E allora attira o repelle. Fa accadere le cose che poi io filtro nella mia narrazione).

Un personaggio – un eroe o un antieroe – sono costretti nel loro ruolo. Non funzionano, non per me almeno: suonano falsi e sintetici.

Non respirano, non fremono, non si ribellano, non possono essere loro stessi. Devono seguire il loro destino piatto, bidimensionale. E noioso.

Quello dentro l’essere umano è il più grande, affascinante e misterioso viaggio che possiamo fare.

Perché alla fine è sempre anche un viaggio dentro di noi, dentro le nostre ombre e luci. Che noi chiamiamo così. Per paura. Come se la parte in ombra della Luna fosse meno Luna della parte in luce. E’ sempre Luna. Ma il buio ci spaventa, perché lo abitiamo con il nostro inconscio.

A tal proposito, si pensa che il noir tratti di ombre. Di buio. E’ assurdo. Il noir tratta dell’uomo, e l’uomo è appunto un sistema completo. Se voglio che il lettore comprenda (com-prendere: abbracciare, accettare) l’ombra, non devo limitarmi a descrivere solo l’ombra. Un sistema completo è costituito da un’ombra, un corpo e una luce che illumina. E io devo descrivere l’intero sistema. Ombra, Corpo e Luce. Questo genera l’effetto tridimensionale e sconvolgente dei miei scritti.

Non sono tanto le mie storie a sconvolgere, quanto il fatto che il lettore si senta a sua volta indagato. Nelle mie pagine finisce per specchiarsi. Non so chi sia, me è come se -tramite l’inconscio collettivo- io lo conoscessi e lo mettessi a nudo.

E’ intimo.

In questo modo, per il lettore, un romanzo non rimane storia, ma si tramuta in esperienza.

 

La tua opera noir è un “manifesto criminale” anomalo, un hard-boiled atipico che scandaglia l’abisso (a)morale dell’individuo, agli antipodi degli stereotipi e delle “anatomie” di genere: la forma mentis con cui ti approcci al modello di killer è più da Ferri che da Lombroso, i supermostri alla Lecter sono caricature improbabili quanto un capitano Spaulding o un Jigsaw.

 

Esattamente. Non ricalco la realtà: con la mia ossessione per la precisione, ne ricreo una parallela. Non mi pongo nemmeno il problema della credibilità. La realtà se ne frega della credibilità (è credibile che un uomo solo, debole e complessato, possa a tal punto condizionare un popolo, tanto da convincerlo a sterminare in maniera atroce, milioni di persone innocenti?). La realtà ti sconvolge. Perché non devi crederci, è realtà e basta.

Una mia amica psicologa mi ha confessato di non riuscire a leggere le mie storie in quanto non riesce a difendersi con la razionalità. Sono troppe reali e lei non riesce a prenderne le distanze e si sente divorata.

Mi occupo di de-generazione. Cioè di decadimento, di un percorso verso l’abisso che però diventa, per paradosso, illuminato. In quanto fonte di consapevolezza. La consapevolezza che la nostra Ombra ci abita e molto spesso ci governa a nostra insaputa. Il nostro passato inconscio e rimosso, è come costruire un asilo biocompatibile usando come fondamenta materiale radioattivo.

Lavora dal basso, contamina silenziosamente. Inesorabilmente.

Ma de-genere significa anche fuori dal genere. Mentre il giallo è un genere letterario (e pertanto deve seguire regole rigidissime), il noir è il contenitore della pulsione. E’ scorretto, non fa quello che ti aspetti, ma quello che deve fare. Ti stravolge, ti maltratta. E ti diverte, a modo suo.

Sono un portatore sano di angoscia.

 

I tuoi chiaroscuri interiori rimandano più a un Norman Bates o un Patrick Bateman, l’inconscio è un cimitero indiano, le realtà franano addosso e si fanno voragine.

Da cosa trae origine, a tuo sincero giudizio, il comportamento criminale?

 

Il comportamento criminale nasce da de-generazioni. Dal rimosso, dall’angoscia, dai rancori (rancore significa rancido). Ma purtroppo nasce anche dal temperamento. Ci sono individui (sociopatici e psicopatici, ma anche alcuni narcisisti maligni) che hanno un solido bisogno di far soffrire gli altri esseri umani. Sono definiti Predatori Intraspecie.

Quello che mi interessava in Dalla morte in poi (diversamente da Ellis in American Psicho) era descrivere quello che accade dentro l’essere umano che frana da un Narcisismo Borderline (nell’accezione Loweniana del termine) a un narcisismo delirante e psicopatico. Quando emergono gli aspetti megaloidi.

Mi interessava descrivere le intenzioni e le motivazioni, non le torture.

Non amo le pagine di sofferenza inflitta, di sangue, di sadismo, fine a se stesso. Lo trovo inutile e sterile.

Oscar Torri, il protagonista di Dalla morte in poi, è quanto di più umano e allo stesso tempo meno umano che possa esistere.

Volevo mostrare questa apparente contraddizione.

E, di fatto, Oscar Torri è un’immagine amplificata di tutto ciò che abita noi esseri umani cosidetti “normotipo”.

Come ha scritto il grande criminologo Robert Simon, i buoni lo pensano, i cattivi lo fanno.

E gli scrittori lo scrivono. Che è una diabolica via di mezzo.

 

Dalla Morte in Poi (Fratelli Frilli, 2017) viatico per il Premio Garfagnana 2017 e premiato al Salernoir 2018, è il romanzo che mi ha introdotto nel tuo universo creativo.

Qui punti i riflettori sulle facciate nere dell’essere come un cosmonauta che si affaccia sul lato oscuro della luna.

Una prosa schioccante, immaginifica, stanze secche e un dizionario a-la-page che ricordano i deliri di un B.E. Ellis particolarmente ispirato.

«La vita non è geometria, è arte astratta.»

Il protagonista Oscar Torri, mattatore in ogni senso, è un compendio di ossessioni, un assenteista del rimorso, in bilico sulla linea che separa la veglia dal sonno e il fuoco dalla luce.

Uccide perché ha fame di vivere, assaggia la carne prima di affondarvi i canini.

«Io adesso sono, prima mi somigliavo solamente

Quanto c’è di autobiografico nella sua parabola autodistruttiva?

 

Nella prima stesura, Oscar Torri si chiamava Oscar Boni. Cioè: Os Carboni.

Io sono la sua parte fobica. Ma anche la parte delirante sono riuscito a scovarla in qualche mio cassetto di attore, di abitatore dei miei personaggi (chiamiamoli così per semplicità).

Assenteista del rimorso mi fa venire in mente la parola Malvagio, dal tardo latino: malifatius. Che significa avere un cattivo destino. Come in Delitto e Castigo, chi uccide sarà perseguitato a vita dal proprio gesto. Ecco, per gli psicopatici questa regola non vale. Sono esseri biologicamente programmati per la distruzione, per la violenza e per gli omicidi. Eppure quelli che Schneider definiva Piaghe Sociali, hanno incredibilmente utilizzi nel campo umano. L’uomo è un animale bellicoso. Gli psicopatici erano ottimi guerrieri, o addirittura generali greci che con il loro carisma trascinavano i loro eserciti a compiere imprese leggendarie. Ma sempre in termini di distruzione. Nei nostri giorni il loro bisogno di violenza rimane inscritto e compresso, e finisce per esplodere.

 

La morte. Demone denominatore della letteratura nera.

«I soldi, il sesso, il tutto per cui combattiamo è niente al confronto dell’avere in pugno una vita umana

Nelle tue cronache immaginarie, però, le sue incidenze appaiono ribaltate: uccidere acquista quasi il valore di un farmaco, che libera da se stessi, che dà le ali.

Tu che rapporto vivi –il gioco di parole, ovviamente, è deliberato … – con la morte?

 

La morte è un luogo che non ci appartiene. Possiamo solo conoscerla indirettamente. Siamo perennemente vivi e coscienti. Fino a quando moriremo, e allora saremo morti e pertanto incoscienti.

Non so se temiamo la morte, o invece la sofferenza che potrebbe accompagnarla, o cosa…

Sono un fobico generico, in termini di ossessioni non mi faccio mancare nulla.

La notte è un brutto posto per rimanere svegli.

 

In luogo del concetto di Banalità, dal tuo scrivere, affiora quello di “Automatismo del Male”.

La psiche è sorda, il troppo conoscersi rende sconosciuti, il mondo è l’officina violenta della nostra evoluzione.

Sono state più le notti come taxi-driver o gli studi sugli omicidi seriali e la criminologia forense a concimare questa tua intuizione?

 

Siamo il prodotto della nostra intera esistenza. In me ci sono le notti passate in taxi, le mie strane letture, le mie esperienze, la mia solitudine, i silenzi inquietanti di mio padre, il mio cercare di divorare la realtà e allo stesso tempo di fuggire da lei.

Sono un casino di essere umano. Ma un casino consapevole, e questa è la mia forza.

 

Un gioco estemporaneo, metaletterario, alla Rorschach.

 Identificami:

il tuo passato con una canzone;

il tuo presente con un film;

 Il tuo futuro con un quadro.

 

Cose, di De Gregori.

Lo Sciacallo (The Nightcrawler), di Don Gilroy.

L’autoritratto di Van Gogh, quello con l’orecchio auto mutilato (Petronio, di Agenzia Bonetti). Ma anche la simbologia di Caravaggio. Luci, ombre. Sfrontatezza, irriverenza, e paura, e follia, e metafora e bisogno di sperimentare, e non riuscire a stare neppure alle proprie regole. E fame, fame, fame, fame di vivere pur conscio della mia spinta verso l’autodistruzione.

 

La metropoli. Elemento indissolubile, ingrediente distintivo di ogni thriller o romanzo noir.

Izzo insanguina Marsiglia, Ellroy ombreggia L.A., De Cataldo incrudelisce Roma.

La tua scala di grigi invece affresca Bologna, che ti ha insignito del Nettuno d’Oro 2014, la più alta onorificenza per un artista cittadino.

Bologna, seppur metropoli cèina (piccina, per noi bulgnis,) è secondo Guccini l’ombelico di tutto. Con Agenzia Bonetti(e Bruno) perlustri i fondali del gangster-pulp caro a Lucarelli o Dazieri, ne L’Ammiratore e Dalla Morte in Poi  imperli il lessico psicanalitico con l’espressione dialettale. Parlavo come mio nonno, riflette Oscar Torri, meritavo di fare lo stesso odore.

Quanto è stretto il fil rouge che ti vincola alla nostra città, e nella stesura di una storia quanto è importante lo scenario rispetto al “cast” dei personaggi?

 

Nel giallo la città è semplicemente il contenitore della storia. Relativamente importante. Un orpello decorativo come la cornice di un quadro. Occupandosi di tessuto umano, il noir è intimamente legato al luogo che lo ha generato.

Tanto che non definisco il “luogo del delitto”, ma “il delitto del luogo”. E’ l’atto criminale a tatuare la città. Il delitto di via Poma, di via Puccini, la strage della Stazione di Bologna, di Ustica…

Basta cliccare in rete: delitto di via… e compaiono migliaia di pagine.

Il delitto identifica il luogo.

La tragedia, l’orrore contaminano per contatto, trasformano una locazione neutra in un simbolo. In Pnl (Programmazione Neuro Linguistica) direbbero che la tragedia è un evento talmente forte da diventare àncora, inteso come aggancio della memoria.

Nel noir pertanto è la città a partorire indirettamente la storia, tramite i suoi prodotti: gli uomini. O meglio i loro pensieri, che generano atteggiamenti e quindi conseguenze.

Le dicotomie sono gli aspetti cari a ogni scrittore di “anima”. Le incoerenze cognitivo comportamentali. E Bologna forse è come me, che sono Bilancia ascendente Gemelli. E anche se non credo alle favole e a i miti, mi piace gongolarmi. Personalità doppia, anzi quadrupla.

Bologna, rassicurante di giorno, con i propri portici a protezione. Scura e minacciosa la notte, con i propri portici pieni di ombre che nascondono… noi stessi. Ciò che vogliamo negarci ma che è in noi. E come tutti i cadaveri tende ad affiorare.

 

“Scrittura creativa dinamica”. É il modus operandi che predichi per dar voce alla metrica delle tue idee.

Un terreno di descrizioni ritmate, di immedesimazione tout court, dove il dialogo è guerriglia, la metafora serve a dissacrare, di seriale c’è solo il ribaltamento di fronte e di prospettiva.

«Quando scopri qualcosa di un altro essere umano, stai scoprendo qualcosa di te stesso.» Suppongo valga anche per i libri, e i loro autori.

Quali sono i narratori che hanno “dinamizzato” la tua creatività, e cosa hai scoperto di te attraverso le loro opere?

 

Ellroy di I miei luoghi oscuri. La Hart di Il peccato. Hemingway di La breve vita felice di Francis Macomber e Isole nella corrente. L’ingenuità di Fante. Ma soprattutto l’insicurezza di Carboni. Ho il terrore di annoiare e allora ho imparato a tagliare il superfluo. Scrivo storie di 500 pagine che condenso in 200. Deve restare solo la dinamicità. Uno scrittore dovrebbe sempre ricordare che il lettore non lo legge perché quel giorno non ha niente da fare. Il lettore legge perché ha voglia di sognare. E lo scrittore dovrebbe ricordare anche che il lettore gli sta facendo il regalo più grande, non i 10 euro del prezzo di copertina, ma le ore di tempo della sua vita che gli sta dedicando. Per questo all’interno del romanzo non può esserci una sola riga che sia dello scrittore e basta. Tutto deve essere trasformato in velocità, chiarezza, intrigo. Immagini, suoni e profumi. Tutto deve essere giostra, brividi e fantasia. Tutto deve essere una festa organizzata per il lettore.

Quando accade e il lettore mi scrive per dirmi che lo ha percepito, sono contento proprio come quando vedo la felicità negli occhi di mio figlio.

 

Media, grande, microscopica che sia, non puoi comunque evitare di conviverci, confrontarti e scontrarti con l’Editoria. Quando il connubio con essa diventa conflittuale per uno scrittore, e quando invece uno scivolo per il successo?

 

L’editoria è come gli scarponi da montagna. Pesanti e scomodi, ma se vuoi camminare non puoi farne a meno. E lo stesso immagino possano dirlo, nel versante opposto, gli editori riguardo gli scrittori. Ognuno di noi ha una propria testa e vorrebbe applicare metodiche, strategie e sogni. E spesso questi tre elementi entrano in contrasto.

Non esistono scivoli verso il successo. Esistono umiltà, fame di imparare e migliorare. E di essere al servizio del lettore. E duro lavoro.

Fare lo scrittore è un mestiere così bello, che non c’è nemmeno bisogno di spiegare il perché. E io sono l’uomo più fortunato del mondo a poterlo fare.

 

 

Tempo scaduto.

Il timbro arrugginito del secondino raschia l’aria viziata.

Dietro la superficie lercia del vetro, le ombre si riassestano sul volto angoloso e virano verso l’uscita.

C’è qualcosa che pulsa, aldilà, nella lama di luce apostrofata dalla porta socchiusa …

Libertà?

I ricordi mi strangolano tutti nello stesso istante, come un giro di corda.

Gli occhi color cenere dello scrittore mi fissano un’ultima volta, muti contenitori di una pietà che è lo specchio della mia supplica.

Voce rognosa del secondino:«Alza il culo, Eroe di Ignoranza. La pacchia è finita. Si vola in gabbia»

Le sbarre si chiudono dietro di me nell’ennesimo, ultimo lamento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Andruccioli, classe 1985, è nato e cresciuto a Pesaro tra fumetti, libri, musica e giochi di ruolo. Laureato in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni, nella vita si occupa di webmarketing e passa il suo tempo tra il ruolo di padre, marito e musicista. Ma è dopo il tramonto, nel silenzio della città, che si trasforma in autore horror e fantasy. Ha pubblicato in self-publishing i racconti della serie weird “Il cacciatore di incubi” mentre per Delos Digital ha pubblicato “Il tramonto dei Gufi“, “Prima del Monsone” e “Il pirata che non sapeva fare niente” ed è stato selezionato per diverse antologie con racconti fantasy e horror. Collabora con i portali Heroic Fantasy Italia e Ignoranza Eroica. Fa parte della masnada di Crypt Marauders Chronicles.

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