LE INTERVISTE SCOMODE DI IGNORANZA EROICA: FRANCESCO SAVERIO FERRARA

di Luca Mazza

Francesco Saverio Ferrara.

Nome rapito a un medioevo macabro.

Illustratore professionista, maestro di disegno, perito in calligrafia medievale e miniatura.

Collaboratore con case editrici italiane ed europee, art director del portale Zhistorica di Gabriele Campagnano, mattatore di Necrosword.

Mole che in un torneo annichilirebbe Gregor Clegane, e in un dedalo di rovine farebbe uggiolare Asterione. Si narra che sei in grado di sciacquare da solo una botte di cervogia, come il lanzichenecco Frundsberg, e manducare un verro lucano con tanto di zoccoli.

Qual è in realtà il tuo abbinamento alcoolico-proteico prediletto?

 Birra e salsicce ad libitum, come Bud e Terence insegnano. Nelle occasioni speciali (donne) inebriarsi del sangue che tracima dai teschi dei nemici.
p.s. Clegane perderebbe perché usa una spada. Blah!

Hai studiato e studi, come i geni tout court del Rinascimento, ogni branca dello scibile umano: storia, letteratura, demonologia, poesia e filosofia.

I tuoi capolavori danno sembianze agli eroi dissepolti dei Padroni dell’Acciaio, 2017, e all’orrore cosmico e all’ultraviolenza di Zodd Alba di Sangue, 2018.

In quale secolo o epoca storica vorresti aver esercitato la tua arte, e in quale universo fantastico invece avresti voluto guerreggiare?

Per entrambi i casi sceglierei i decenni a cavallo tra il ‘400 e ‘500. Come Urs Graf (incisore e mercenario svizzero) avrei visitato le corti dove si coltivava l’ideale Umanista; le botteghe come quella del Verrocchio, per disegnare al fianco del giovane Da Vinci; nelle osterie romane, a bere vino con Michelangelo; a passeggiare con Ariosto, proponendogli di illustrare il suo Orlando Furioso. E sui campi di battaglia, a far tuonare la mia mazza chiodata sui crani dei guelfi!

 

Laghi di teschi, cattedrali blasfeme, nature innaturali …

La tua grafica è un equilibrio di canoni gotici e chiaroscuri, di sangue e ombre, di ordine e caos, a tratti rockeggianti, a tratti anatomia rinascimentale.

Con quali artisti, antichi e contemporanei, sei in debito di ispirazione?

Le visioni di Bosch e Bruegel mi sussultano nel cuore, l’imponenza di Friedrich e Turner mi brulicano nella mente, la gioia creativa di Adrian Smith mi gratta il fegato.

 

All’espressione spiccatamente dark e fantasy i prodotti del tuo portfolio (The Art of Francesco Saverio Ferrara, consultabili su Facebook) ammiccano al cinema di genere, al fumetto, al game-playing: omaggi a Starcraft, al Frankenstein di Mel Brooks, al Kurgan della saga di Highlander …

Di quale pellicola cinematografica ambiresti reinterpretare la locandina?

E di quale fumetto immortalare una striscia?

Crisi. Ma dovendo sceglierne uno adotterei la locandina di Conan il barbaro, mettendo al centro la scena in cui Schwarzenegger mbriachissimo mena un pugno sul muso di un cammello, stendendolo.
La striscia la dedicherei a Lobo, qualsiasi scena sarebbe perfetta, ma credo che mi butterei sull’uccisione di Babbo Natale (per conto del Coniglietto Pasquale).

 

Per motivarsi i più grandi recitano delle formule scaramantiche nell’ora del bisogno, come il “Lightweight baby” di Ronnie Coleman o il “Vieni dolce morte, vieni” del Legionario di Sven Hassell.

Tu hai un tuo mantra da salmodiare prima di una seduta di panca, una commissione particolarmente ostica o una lunga attesa in pizzeria?

Quando risolvo una composizione complessa o scrivo qualcosa di davvero epico mi abbandono a un solenne NESSUNA REQUIE, facendo vibrare ogni parte della mia gola infernale. E questo può succedere anche sul bus, non senza terrorizzare i passeggeri.

In palestra l’unico modo per portare rispetto all’acciaio è sangue e sudore. La carne da guerra la si allena in silenzio. Urla e muggiti li lascio ai gremlins che fanno i curl coi 6 chili.

 

 “C’è una bestia che si agita in ognuno di noi. Va provocata, non incatenata”.

E’ l’anatema che fa da cappello al poema di Victor Ussledinger, memorie di acciaio e inferno, un progetto di cui so vai particolarmente orgoglioso. Tra l’altro l’accompagnamento narrativo alle tavole è uno stile cupo come un cerchio dantesco e tagliente come una scure, condito di motti del calibro di “Non serviam” e “Moriantur”.

Puoi darci qualche indiscrezione sul destino prossimo del tuo Araldo di Satana?

Victor sta avendo molto successo, i fan sono molto affezionati e ogni volta che pubblico un aggiornamento sento il fermento. Gli editori si contendono la pubblicazione, e le offerte crescono, ho capito che ha un potenziale poderoso. Punto in alto, anche al cinema, c’è una proposta che mi ha solleticato. Intanto il primo volume è quasi terminato, le ultime illustrazioni sono in cantiere e il testo c’è.
Sì, dietro l’angolo c’è il secondo volume, e lo annuncio qui: Victor va in Transylvania. C’è un conte. Che attende. Nell’ombra.

 

Commentaci la tua inobliabile esperienza di Giudice dello Schiaffantasi, il torneo più canagliesco del sottomondo fantasi, e quale morbo ti ha corrotto per spingerti a sostenere la causa di Ignoranza Eroica.

Passare ai ferri i racconti dello Schiaffantasi mi ha fatto toccare picchi altissimi di sadismo, vero, ma per farlo ho rinunciato a una sfida di braccio di ferro con un escavatore.

 

A cosa (nel senso carpenteriano del termine) ti sei ispirato nel confezionare la copertina dell’antologia N di meNare (se tu, lettore, sei ancora tra i rammolliti che non l’ha comprata, la trovi QUI)?

Doveva essere truce, e si è presentato il laNzichenecco. Doveva essere cazzuta, ed ho arruolato una scaNna-rammolliti. Che scrosciNo le ossa!

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