Istoria generale degli iñoranti d’Andaluzia

di Riccardo Mardegan

Eccellentissimo Conde Juan de Sanabria y León, capitano dell’esercito di terra di Sua Maestà Cristianissima e Cesarissima, difensore dei poveri, degli orfani e delle vedove e nostro amatissimo signore, a nome dell’alcalde e del pueblo tutto di San Diego Matamoros, della provincia dell’Andaluzia nel regno di Castilla di nostro signore Emanuel II, augurando a voi e alla vostra nobilissima stirpe di poter godere della Grazia imperitura di Dio Todopoderoso, sempre sia lodato, con questo desiderio
basemo le vostre nobili mani, vostro vassallo Gonzalo Medina, escribano di Sua Maestà.

Ante che inizi questa cronica o istoria, debbo riportare a Vostra Eccellenza un fatto raro e curioso che ha concernuto tutto il pueblo e non ha potuto che lasciare sbigottiti i vecchi (così come i niños) per quanto sia stato mostrato a dei semplici sudditi la potenza e il piano di Dio Nostro Signore, amen. È cosa nota che Voi, illustrissimo Conde, abbiate combattuto al fianco di Sua Maestà per liberare queste colline dei pagani che le infestavano come cavallette, e ancora si loda Dio per la gran mattanza di infedeli che avete fatto con i vostri cavalleri e fanti che, in cuor mio, non smetto di ringraziare e pregare per tutti quei mori che l’inferno ha inghiottito nei mesi passati. Sapendo quindi delle vostre nobile gesta e preparando il pueblo in modo che l’arrivo di Vossignoria fosse dell’adeguato rango che il vostro nome illustrissimo richiede, l’alcalde mandò il suocero del nostro curato perché facesse fare una nuova campana di bronzo, che avesse le vostre iniziali e che potesse suonare a martello durante la vostra visita nel nostro umile pueblo. Tuttavia, non trovandosi nel suddetto pueblo un perito di metalli né tantomeno di campane, un’allegra masnada di scapestrati e iñoranti nelle cose sacre, ma massimamente timorosi di Dio Todopoderoso e da sempre adempienti alle leggi degli uomini e in particolare di quelle di Sua Maestà Illustrissima, andò a cercare per il monte un vecchio itagliano che era arrivato per mare anni prima dall’ermosa città di Napole. Il vecchio disse di chiamarsi Alessán e fu ben accolto da tutti quanti, essendo tutti i puebli dell’Andaluzia, ma San Diego in particolare, di molto ben disposti verso i forestieri che si dimostrino vassalli di Sua Maestà e buoni cristiani.

Lo mandarono a cercare perché era l’unico che avesse de intendere un poco di latino, perché anni addietro (così si racconta) aveva peregrinato sino alla città venerabile di Roma, doveva aveva ascoltato una volta messa e così imparato le cose sacre direttamente dalla voce del Santo Padre. In quelli anni si guadagnava da vivere inseñando a fare la firma per un real a persona e quando non era troppo indaffarato come professore, coltivava due o tre mecates di terra assieme ad altri due itagliani che erano arrivati dopo di lui. Gli iñoranti lo trovarono un giorno di marzo, mentre all’ora dell’Ave Maria era di ritorno dalla sua confessione settimanale. Il sant’uomo, mi permetterà vostra Eccellenza se mi dilungo a tessere i meriti di un così buon cristiano e fedele vassallo di nostro Signore Gesù Cristo, non mancava mai di recarsi al monasterio distante venti leghe dal suddetto pueblo di San Diego, dove viveva una sorella sua chiamata Artisia, di razza spagnolissima e di una pudicizia degna di Lucrezia. Se necessario partiva anche all’alba e portava con sé sempre grandi doni, tornando sempre (contate Vostra Eccellenza che le quaranta leghe le percorre sempre a piedi ignudi e senza poter mai montare sul suo carro) con il volto felice di chi vive in pace, solo aiutando i propri fratelli per Cristo nostro Signore, amen. Il capitano della masnada, che se la memoria mi assiste dovette chiamarsi Don Rodrigo Alferez, dopo aver pie monache che ospitavano una (o forse più) delle sue sorelle, sapeva dove la gente di San Diego avrebbe potuto trovarne una che, sicuramente, avrebbe reso grande onore al Conde e il cui sono sarebbe stato udito anche dall’Altissimo. La campana si trovava dove la sierra in cui lui abita va “a morire ammazzata” sul fiume Recanedo (Vostra Eccellenza mi perdonerà ancora, ma la gente di San Diego, timorosa di tutte le leggi divine e umane, non tiene molto talento e non ha molto prezzo delle buone maniere che gli uomini di corte come voi apprendono sin dalle più tenere età).

Aggiunse che aveva visto tre mori portarla lì dopo la battaglia che ridusse in polvere le armate del demonio, forse per nasconderla e poi arrobbarsela, ma che non si erano più fatti vedere, e la campana ad ora stava lì, e lui e gli altri itagliani ci andavano spesso con le oveje perché è davvero ermosa e di costituzione molto solida. La masnada di cui era capitano Don Rodrigo Alferez, non volendo importunare ancora il vecchio che, come ho sopraddetto, era stanco di ben quaranta leghe di viaggio, si pose in marcia verso il Recanedo, scrutando a destra e a sinistra in busca della campana dei mori, di cui gli era stato riferito in precedenza. Siccome stava per ponersi il sole e gli iñoranti non avevano ancora trovato la campana, Don Rodrigo ordinò agli altri sei di cercare un posto dove passare la notte, che fosse protetto e al riparo, visto che durante la notte nelle campagne dell’Andaluzia sono soliti presentarsi lupi e altre fiere molto feroci. Trovarono a un cuartel di lega di distanza una cueva abbastanza grande per tutti loro e lì decisero di accendere un fuoco per potersi scaldare, giacché benché l’Andaluzia sia terra molto assolata e brulla di giorno, essa diventa gelida e tempestosa durante la notte. Un poco timorosi, trovandosi in un posto estraño e a diverse leghe dal pueblo di San Diego, la combriccola decise di organizzarsi come una banda di boemi, nominando Don Rodrigo Alferez come comandante del reggimento e decidendo gli orari di guardia con i dadi. Durante il turno del più giovane di loro, il quale mi disse di chiamarsi Tancrezio, figlio di Bustamante, e di essere di età di circa vent’anni, si udirono delle grida che risalirono tutta la sierra. Non volendo inutilmente allarmare gli altri iñoranti, Tancrezio rimase in ascolto per cercare quale fiera potesse produrre un sono così raro da far accapponare la pelle e invocare il Santissimo nome, tre volte beato, di Cristo nostro Signore, amen. Il giovane, forse per l’irrequietezza della giovane età, o forse per iñoranzia delle leggi prudentissimamente poste da Vossignoria e da Sua Maestà Cesarissima, si allontanò dalla cueva ove riposavano i suoi compagni, per entrare nella sierra sacra dove, e sono ben conscio di ciò e per questo me ne scuso, non è permesso entrare a nessun abitante dei puebli vicini, nemmeno per far legna. Tancrezio seguitava a sentire il sono che gli aveva fatto drizzare i peli ma non ne capiva l’origine, giacché essendo uomo totalmente iñorante delle cose sacre, non sapeva che durante le notti gli animali della foresta si trovano per ascoltare messa, ed è questa la causa certissima del rumore che lo aveva destato nella cueva. Potete immaginare Vossignoria, qual stupore lo prese, e noi insieme a lui quando fu a narrarcelo, quando vide un grandissimo cervo bianco, solenne come Moseis sul Tabor, che stava dritto su una piccola collina erbosa. Non appena il cervo lo vide (io, di verità, in accordo con il curato e con un amico del suddetto itagliano che, come ho già detto, è gran dottore di latino e di altre cose sacre, penso che fosse stato un angelo come Gabriél o Michelet) iniziò a sbattere due enormi ali piumate che Tancrezio, per le tenebre della notte e per la sua debole vista, non aveva visto ante; a quel punto, poscia che l’angelo scomparve sui Cieli e il sono fosse terminato, l’iñorante trovò il cuore di salire un poco su per la sierra dove, nel punto esatto dove avvenne l’ascensione dell’angelo, ci stava una gran campana di bronzo che più bella non si era mai vista né a San Diego né, così io credo, in nessuna altra parte d’Andaluzia. Tancrezio pensò subito di andar a chiamare il resto della sua masnada e li trovò tutti che ronfavano come maiali, come del resto si addice a una banda di boemi, con Don Rodrigo Alferez che, da gran capitano, si serviva di uno di loro come poggiapié per i suoi stivali impolverati. Al racconto di Tancrezio, gli iñoranti si affrettarono a smontare il campo, che per la verità era composto da sette rami secchi che non avevano mai deciso di prendere fuoco e da una pentola che ora era ricolma di umori di cui non è bene trattare se non tra omini di medicina e di scienzia, dirigendosi poi nel lugare dove il loro compaño aveva trovato il cervo alato e la campana. Questa, non soltanto era di materia molto nobile e resistente, ma era anche decorata in maniera raffinatissima con delle figure greche che, così ci avrebbe detto poi l’itagliano, parlavano di quando Moseis aveva scacciato due ladroni da un tempio cristiano di Gomorra ed era quindi perfetta per sonare durante il vostro arrivo, venerabile e cristianissimo Conde, voi che, come il Moseis della Bibbia, avete ricacciato i pagani che infestavano queste terre santissime e ne avete fatto una gran strage che (così ci raccontano quei mercatanti che risalgono ogni mese i fiumi di Castilla e che dall’Andaluzia si vanno verso il mare o il Porto del Gallo) tutta l’acqua per ottanta leghe è tinta di rosso come se vi avessero riversato dentro le viscere o le budella di tutte le oveje e di tutti i maiali della Castilla. Avendo ben spiegato di che talento e madera son fatti quelli del pueblo di San Diego Matamoros che, seppur iñoranti e di poco intendimento, non sono secondi a nessuno in fatica e fedeltà a Sua Maestà e nostro Signore, vado a iniziare l’istoria di questo pueblo che, quando li Cieli ancora dovevano dividere le tenebre dalla luce e i vermi non vivevano ancora nel formaggio, aveva nome latinorum di Monsallici che significa monte dei salici, perché tutta la sierra ne era ricolma e la terra non era per nulla calda e assolata ma anzi, verde e fertilissima come quella di Babilonia.

Nato nel 1995, Riccardo Mardegan è cresciuto nella Bassa padovana a suon di polenta, storia e nebbia. Non riuscendo ad arruolarsi nel tercio di Sua Maestà Filippo II, si è laureato in Storia presso l’Università di Padova e ha iniziato a fare lo storico free lance per pagare le bollette. Ha pubblicato su Amazon De un caudillo a otro: Il Guatemala di Morazán e Carrera (1823-1839) e il Diario di Federmann a cura del Centro Studi Zhistorica, con il quale collabora dal 2016. Quando smette i panni dello storico si interessa soprattutto a giochi di ruolo, letteratura weird e videogiochi.

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