INCHIOSTRI IGNORANTI: Lo Sconosciuto di Magnus

di Luca Mazza

Marrakesh.

Due uomini loschi, sudati, irrompono in un fonduk dei bassifondi. La cercano, con smorfie da rapina.

Donna europea, acquemarine per occhi.

La trovano.

Cosa ci fa un angelo all’inferno?

I due si fanno sotto, colpo in canna, lei è braccata.

«Niente paura, brava gente. Siamo della polizia. Questa straniera ha rubato»

Affaracci suoi. Quel che avviene nella casbah, resta nella casbah.

Nei fumi del narghilè, una voce di catrame: «Ma che mi racconti, Rashid?»

Lo “sbirro” trasalisce. Ecco uno che può dare problemi.

Rashid gioca d’anticipo.

«Straccione  ficcanaso» e abbatte lo sconosciuto col ferro.

I due arabi strattonano la prigioniera, si fanno strada nella ressa. Lo sconosciuto si palpa la fronte.

Sangue?

Estrae il revolver  punta e tira senza nemmeno alzarsi. 

Nuca.

Torace.

Due diplomi da cadavere.

Dalla strada parte una raffica che sfracella passanti e vetrine. Un catorcio sgomma.

La turista, allibita, se la da a gambe. Lo sconosciuto la imita, disperdendosi nei vicoli del suk.

Non è un paragrafo di Ian Fleming, né l’incipit di un Bourne con Matt Damon.

È lo Sconosciuto di Magnus, in particolare le tavole iniziali di Poche Ore all’Alba, concepite in sinergia con Francesco Guccini dopo il divorzio artistico da Luciano Secchi in arte Max Bunker.

Il primo banco di prova in solitaria del fumettista che ha vignettato l’erotiko per adulti (Satanik, Kriminal, Necron), il fantasy mercenario della Compagnia della Forca, e che ideò Alan Ford (dove gli aggettivi sono superflui).

Il primo dialogato e matitato interamente da Magnus (Pictor Fecit) in arte Roberto Raviola o viceversa, convinto assertore che per “sceneggiare un fumetto servono squadra e compasso e per disegnarlo serve il vocabolario”, uno e trino coi suoi personaggi come Bonvi, Manara, Pazienza, Moebius, Eleuteri Serpieri.

 

E il prodotto – nel formato A3 della Granata Press, col prezzo ancora in Lire, che sfoglio dai tempi del Liceo- è un romanzo ad immagini che coniuga l’Action al Noir, lo Storico allo Spy, la commedia alla tragedia, in un ibrido di itinerari che salpa dai clichet di genere e approda al linguaggio simbolico di un immaginario unico, inimitabile, altro.

 

«Unknow: ma suona come sconosciuto!»

«Infatti sono pochi a conoscermi.»

Apolide, pressappoco indifferente, grossomodo fatalista, lo Sconosciuto è il prototipo caricaturale e profondissimo dell’antieroe in chiaroscuro, alternativo all’enfasi patinata degli 007 come le figure di Ercole Morselli obiettavano il superomismo dannunziano.

Unknow ha perso tutto, oltre l’identità. Perfino il sonno e i ricordi.

Ma non gli incubi.

I memento indelebili della Legione, gli orrori d’Algeria, le stragi d’Indocina. Concime del suo cinismo, viatico del suo disincanto.

 

Tra pennellate di verismo contemporaneo, lo Sconosciuto si muove sui fronti plumbei del ‘900 e negli strascichi della Storia con la maiuscola: da Beirut all’Haiti rivoluzionaria, dalle polveriere arabe agli avamposti narcos.

Un’epopea di brandelli, di malore umane, di vicende che fanno da sfondo ad altre vicende dove Unknow da comparsa si rivela chiave di volta, come è vero l’opposto.

 

«So fare molto poco di buono, ma mi servono dei soldi. Potrei entrare in qualche banca e cercare di prenderli. Però sono stanco di certe storie, ci siamo capiti?»

Ma loro, le storie, non la pensano come lui.

Lo cercano a Saint Michel nel taschino di una giacca scampata a una granata, lo trovano in Libano sotto il fuoco di un cecchino e il peso di un rimorso.

 

Addestrato all’uso di qualsiasi arma e munizione, mezzo di trasporto  e offesa, tecnologia di qualsivoglia vettore armato.

Eppure allo sguardo degli altri Unknow appare debole, nostalgico, insonne.

Un vinto, un terziario: “niente di preoccupante”.

Poi come niente riesuma fucile e baionetta da un vecchio baule ed espugna la roccaforte di un mercante d’armi, o si ritrova in tasca un rullino microfilmato e una patente di spia.

Perché la guerra è una cosa terribile, ma a volte bisogna farla.

 

Lo Sconosciuto non parteggia. Partecipa.

Apprezza le donne –“e in passato ce n’è stata qualcuna che gli è piaciuta più di altre”,- scandalose e attraenti come Bond Girl o muse della nouvelle vague, ma anche icone di forza e cambiamento nei tratti aymara  di Isabella Icharros.

Amorale ma impulsivo, le ingiustizie indignano Unknow, lo “fanno arrabbiare” alla Terence Hill, in una visione del mondo drammaticamente odierna:

«Lo stato si divide in due classi, in gente avida e insensibile e in malcontenti che mormorano».

 

La fauna umana di Magnus è variegata e vive nella potenza dei suoi background, tratteggiati in poche righe ma capaci di affondarti addosso.

Come Erode, il tormentato protagonista de I Cinque Gioiellieri, o il  trafficante boliviano el Lugubre, la cui parabola esistenziale si intreccia con quella del comandante Guevara nell’omonima graphic novel.

 

«Sono fantasmi, sono fatti così. E quando è il momento ti vengono a prendere.»

Sono i fantasmi  della coscienza a inoltrarlo nell’albo doppio Largo delle Tre Api / Morte a Roma, l’avventura che più ho amato del serial di Magnus, che armonizza il thriller politico alla Forsyth a una trama grottesca nello stile dei fratelli Cohen con punte di Monicelli.

Marioli di mezza tacca, sicari internazionali, doppiogiochisti e nobiltà nera si alternano sull’eterno teatro di posa di una Roma evergreen per qualsiasi intrigo, dove i grandi ideali si declinano in meschino.

Un alabardiere svizzero, in un gioco di penombre.

In fondo è un mercenario anche lui, chissà se sa adoperare la lancia riflette lo Sconosciuto, autista pro tempore di un vescovo sovversivo in trasferta a Caput Mundi per far quadrare coscienza e gerarchia.

 

Come il suo creatore, come i suoi lettori, anche lo Sconosciuto è un nomade del mondo alla ricerca di se stesso.

«Unknown. Ma significa Sconosciuto?»

«No, Unknow. C’è differenza.»

Già, manca una N.

Mai così di meNare, mai così igNorante come nell’Eroe di Magnus.

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