CRONACHE DI UN SOLE MORTALE di Alberto Henriet

di Luca Mazza

Skyllias, eroe solare di Micene, visita il misterioso Impero Oscuro di Creta, temuto nell’intera area geografica del mare Egeo, e scopre che è dominato dalla stregoneria. Axis, scienziato e negromante, è il nuovo sovrano di Knossos, e tiene prigioniera la regina Hesta. Inizia in questo modo una sorprendente avventura, ambientata in un’età minoica di fantasia. E Skyllias, prima di poter fare ritorno a Micene, dovrà confrontarsi con il mistero del Minotauro e affrontare Kedmos, il Campione di Creta.”

Dopo Pirro il Distruttore e l’antologia Mediterranea, l’associazione culturale Italian Sword&Sorcery sforna per la collana Polifemo il suo terzo volume, firmato dal veterano (absit iniuria verbis!) Alberto Henriet.

Intravisto nel racconto “La Spada di Aeskylos”, Cronache di un Sole Mortale è un Minoic Fantasy settato in una Creta fantastorica intriso di elementi magici, esoterici e high-tech.

Vascelli aerei comandati da cristalli, terribili armi retrofuturistiche, automi “in parte meccanici e in parte biologici”, arpie e manticore e mostri del Mito potenziati da un’oscura teknè: l’eternauta Henriet ci mena in una catabasi dadaista e metallica di energie arcane e protesi eidetiche, in una prova audace di narrativa ermetica.

La mission di Francesco Lamanno, curatore e saggista del romanzo, sta nel divulgare le tematiche care allo Sword&Sorcery dei Maestri nel contesto del panorama del fantastico italiano, arricchendole di orizzonti e spunti nel rispetto dei canoni di genere quali il “sense of wonder” e l’elemento magico-eroico.

Knossos, capitale di una Creta nera e cromata morsa da “un sole mortale di oro fosco, striato di rosso sangue”, si adatta diabolicamente ad “urna dei fati” per le cronache trattate dal fantasysta Henriet. Sebbene ad un giudizio superficiale l’ambientazione pre-ellenica potrebbe apparire stantia e banale, la scommessa degli ideatori si rivela tutt’altro che scontata.

Marchiata dal peccato originale di “colei che si imbestiò ne l’imbastite schegge”, Creta è il confine torbido e crepuscolare tra psiche e perversione, fas e nefas, superomistico e carnale, labrys e ubrys appunto.

L’epos del Minotauro è riletto in chiave metal-punk: non più parto degli amori abominevoli tra Pasifae e il toro poseidonio bensì figlio della “matta bestialità” di Tytus, un generale minoico che assembla scienza e argenti e sortilegi in un prototipo d’armatura “energetica” che lo condurrà al labirinto della perdizione.

Nel simbolo stesso del Minotauro, nomen omen, convivono le due nature del Cosmo, Minos– re e Taurus-bestia. Il GOD che volto al contrario decade in DOG, a loro volta attributi gemelli dell’Uomo.

La vis dell’opera di Henriet vive precisamente in questo, di una cifra visiva e visionaria che gioca di specchi e contrappesi, in costante bilico tra luce e oscurità, simbolismo e tradizione, muscolo ed emblema.

Ogni corpo vivente o inanimato proietta un’ombra”.

Cronache di un Sole Mortale è un romanzo maturo che si presta a più strati, più livelli di lettura. Scomodando Borges, “tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo”.

Nel suo tripudio di gemme, astri, colori e animali favolosi Henriet occhieggia a Evola, a Pauwels-Bergier, a madame Blavatsky e alla Teosofia.

Il Pantheon del Sole Mortale è una versione iniziatica dell’Olimpo e dell’Erebo, divi di evi e dimensioni anteriori alla Quinta Razza, trinità blasfeme, folli e deliranti padroni della materia e dell’antimateria.

Il dualismo tra Skyllias e Axis, protagonisti hardcore della tragedia, ne è il riflesso romantico.

Domatore di leoni solari e “straniero in terra straniera”, il campione miceneo incarna gli ideali greci di kalos kai agathos e simultaneamente quelli “melniboneani” di eroe fantasy.

L’oscuro signore di Knossos, agli antipodi della scala vibrazionale, è invece una figura sofoclea, segnata dalle influenze di Williamson e Kuttner. Un “drogato” di negromanzia, mad-scientist tra Shelley e Seneca, metafora drammatica della tirannide.

La prosa delle Cronache è vocativa ed evocativa.

Da cinefilo conclamato, Henriet tributa i classici di genere: il claustrofobico combattimento di Kedmos nella camera ottagonale ci riporta al dedalo di specchi dove Schwarzy il Distruttore affrontò l’avatar di Toth Amon; Sauron e Mordor rivivono nell’ “occhio fiammeggiante sospeso in cima alla torre d’acciaio nero” che s’erge nel cuore di Creta; lo scontro finale “ripreso da ogni angolazione sugli scudi delle visioni” nell’arena di Knossos è una simulazione 3D del Gladiatore; i “raggi di luce bluastra, folgori sottili e pericolosi come rasoi d’energia” degli arsenali di Axis ronzano alla stregua di un laser jedi …

Come l’esperimento incontrollato di un laboratorio ermetico, il romanzo di Henriet è un’opera polimorfica e polisimbolica che supporta i clichet di due mitologie, quella Classica e quella Eroica. Forse poco commerciale, forse troppo per “addetti ai lavori” ma pervasa di un “forte sentire” che non può non appassionare gli intenditori e sedurre i neofiti.

Il sole del mattino brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. Lo crederesti? Il minotauro non s’è quasi difeso”

Così Borges riassumerebbe le Cronache di un Sole Mortale.

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