Cantami, o Diva, dell’epica Costantinopoli, ovvero Byzantium di Andrea Gualchierotti e Lorenzo Camerini

di Riccardo Mardegan

Byzantium è un compendio di racconti in sei parti, scritto da Lorenzo Camerini e Andrea Gualchierotti.
L’opera, a cavallo tra novella storica di cappa e spada e avventura sword and sorcery, rivisita in chiave fantastica gli scenari dell’impero bizantino, a partire dai fasti di Costantinopoli fino alle metropoli del vicino Oriente, e unisce ad essi l’accuratezza della ricostruzione storica assieme al gusto per l’esotismo.
Protagonista di queste avventure è Costante, una guardia imperiale caduta in disgrazia a causa di un intrigo architettato da astuti rivali; ramingo per le varie province dell’impero, ha come unici compagni il desiderio di vendetta e il silenzioso unno Taluk, che lo segue nella via dell’esilio. Lungo la via del suo sanguinoso riscatto, Costante incapperà più volte nel meraviglioso e nel terribile: affronterà una stirpe mostruosa che dorme sotto le dolci colline di Efeso, scoprirà i segreti della Menorah ebraica, e assisterà al ritorno dal passato di divinità dimenticate. E la sua vicenda, che si conclude alle soglie della guerra greco-gotica che investirà l’Italia di lì a poco, rimane aperta, quasi a prefigurare un ritorno del personaggio.
Con i saggi di Adriano Monti Buzzetti e Francesco La Manno. Copertina di Andrea Piparo”.

Il volume, inserito nella collana Polifemo, sezione di Italian Sword&Sorcery Books dedicata espressamente alla fantasia eroica mediterranea, vanta un’antologia di racconti aventi come protagonisti tre differenti personaggi che si muovono in alcuni dei gangli fondamentali dell’impero romano d’oriente, in un arco temporale che va dal periodo di massimo splendore fino alla tremenda notte della sua caduta nell’anno del Signore 1453.

Come giustamente sottolinea con orgoglio il prezioso prologo di Francesco La Manno, il tema dello sword & sorcery “bizantino” non era mai stato trattato in precedenza (se non in maniera sporadica), motivo per cui non esito a definire l’idea, ma anche lo stesso lavoro di creazione dell’ambientazione, un raro colpo di genio che va assolutamente riconosciuto ai due autori.

Chi scrive questa recensione ha una formazione da storico “duro” e, in quanto tale, non ha potuto evitare di apprezzare come gli autori abbiano cercato di tradurre la complessità politica e religiosa del mondo bizantino, coniugandola al contempo con l’abc dello sword & sorcery, ovvero elementi di low magic e sani combattimenti all’ultimo sangue. L’antologia, nonostante la sua brevità, apre uno squarcio interessante su un’area geografica spesso sottovalutata dagli scrittori di fantastico e (se mi è concesso) anche da coloro che si occupano di racconti storici che, qualora lo facciano, la banalizzano come la sede di un impero corrotto, ambiguo e decadente.

L’opera di Gualchierotti e Camerini, pur non smarcandosi completamente da questa prospettiva (che tuttavia ben si sposa con il tradizionale S&S), apre nuove prospettive cosmogoniche inserendo elementi pagani a un sostrato cristiano ortodosso, e intrecciando il tutto con lo Zoroastrismo di alcuni protagonisti e l’Islam e l’Arianesimo di altri personaggi secondari. Leggere Byzantium, in poche parole, vi farà capire quanto sia parziale la comune idea che si ha dell’impero romano dopo la consegna dei vessilli imperiali a Zenone nel 476 e ciò, naturalmente, è un merito che va riconosciuto.

L’antologia è composta da vari racconti: I Sette Dormienti, Il trionfo del Magister Militum, Le folgori della vendetta, La dea di carne, I Leopardi del Deserto e Il Palladio di Costantinopoli anche se, come ha fatto La Manno, essi sono ascrivibili a tre cicli fondamentali: quello di Costante, di Gordias e di Gualtiero Camerari. Non mi soffermerò sulle trame dei singoli cicli per due motivi: il primo è che ho trovato esauriente (naturalmente è senza spoiler) il già citato prologo del curatore e, per secondo, che le trame mi sono tutte sembrate ben congeniate salvo alcune eccezioni, come ad esempio un plot twist forse scontato ne I Leopardi del Deserto e un impianto un po’ deboluccio ne Il Palladio di Costantinopoli. Al contrario I Sette Dormienti, Le folgori della vendetta e La dea di carne, colpiscono dritti allo stomaco, lasciando il lettore a boccheggiare per l’ansia e lo stupore di confrontarsi con tanti (e tali) riferimenti alla mitologia classica ed ellenistica, all’agiografia cristiana e alle leggende induiste.

Tuttavia la vera critica che mi sento di muovere agli autori è quella di non essersi concessi abbastanza spazio. Mi spiego meglio. Pur ben conscio dei limitati spazi e tempi a cui è costretta l’editoria (anche digitale) sia per esigenze dell’editore che per quelle dei lettori, ci si rende immediatamente conto di come le avventure di Costante, Gordias e Gualtiero risultino come uno stonato “non-finito”. Quasi subito, direi dopo aver finito i primi due capitoli, si comprende bene il metodo di scrittura dei due autori, che scelgono di adottare un taglio nettamente cinematografico: poco tempo da perdere in riflessioni interiori, scene rapide e tagli netti dei tempi morti. I nostri eroi, in breve, esprimono al grado minimo i loro sentimenti e i loro dubbi, si scannano con mostri orripilanti ma, e questo è lo snodo, non ci vengono raccontati durante i loro tempi “morti”, nei tempi del viaggio e dell’attesa. Nei tempi, in poche parole, che tradizionalmente sono associati al dubbio, al rimorso e quindi alla profondità psicologica.

Ciò che ne risulta è che, benché io sia certo che gli autori abbiano pensato a lungo ai loro beniamini, essi sono facilmente catalogabili nelle classiche caselle del fantasy S&S canonico: Costante è il “classico” guerriero rinnegato in cerca di vendetta, Gordias il furfante avido e ambizioso ma con un codice personale e Gualtiero è il paladino senza macchia e senza paura. Cosa ne pensano però degli orrori che incontrano? Costante, per esempio, ci viene descritto come indifferente alla religione cristiana, ma cosa ne pensa dopo aver vissuto e sperimentato gli orrori dei suoi miti e dei rigurgiti del paganesimo ellenico? Gordias vive due avventure incredibili e, per certi versi, inenarrabili (degli unspeakable horrors, direbbe qualcuno), ma la rapidità con cui si passa dall’una all’altra è disorientante e non ci permette di vedere come la prima lo abbia fatto maturare per affrontare la seconda. Tutti quanti, a onta delle loro esperienze, sembrano essere dei perfetti ingenui e sprovveduti. In poche parole, se gli autori avranno voglia di ascoltare il mio consiglio, suggerirei loro di prendersi più tempo, perché così facendo faranno innamorare ancora di più i lettori dei loro personaggi di cui, in Byzantium, si ha soltanto un piccolo assaggio.

Concludo tornando al titolo, parlando di ciò che più ho apprezzato di questa antologia che, comunque la si pensi, è oggettivamente un’opera che non dovrebbe mancare nell’orizzonte mentale degli appassionati di S&S: l’epicità e la solennità dei dialoghi.

I personaggi di Gualchierotti e Camerini non parlano, declamano. Affermano solennemente, giurano, odiano con un ordine quasi metrico. Anche le conversazioni apparentemente banali, come il discorso tra Costante e il suo “datore di lavoro” o tra un furfante e un viandante del deserto, vengono trattate con una cura e un rispetto quasi sacrale. Più di una volta, leggendo i dialoghi in Byzantium, mi sono trovato a pensare alle letture degli anni del liceo, quando si leggevano i grandi autori epici, da Boiardo ad Ariosto, da Omero a Virgilio, senza dimenticare l’Orlando dell’omonima chanson e la quasi sconosciuta chanson de Guillaume. Tutto questo, ovviamente, mi ha fatto pensare a Byzantium come di un’antologia prodromica (anche se forse acerba) di un filone del fantastico che, finalmente, metta Costantinopoli e la sua complessità al centro dell’attenzione.

Riccardo Mardegan (il receNsore): nato nel 1995, Riccardo Mardegan è cresciuto nella Bassa padovana a suon di polenta, storia e nebbia. Non riuscendo ad arruolarsi nel tercio di Sua Maestà Filippo II, si è laureato in Storia presso l’Università di Padova e ha iniziato a fare lo storico free lance per pagare le bollette. Ha pubblicato su Amazon De un caudillo a otro: Il Guatemala di Morazán e Carrera (1823-1839) e il Diario di Federmann a cura del Centro Studi Zhistorica, con il quale collabora dal 2016. Quando smette i panni dello storico si interessa soprattutto a giochi di ruolo, letteratura weird e videogiochi. Come autore pubblica racconti comico-realistici o roba splatter vomitevole.

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